Queens – Central Park – Park Avenue Armory: DIANE ARBUS CONSTELLATION
Scendo dal bus dopo un’ora di viaggio.
Queens alle spalle. Central Park a pochi isolati.
Il tragitto è una sequenza di facce e strade che non si parlano: finestre spalancate su case cadenti, vetri oscurati di palazzi che si specchiano nel lusso.
Vecchi che trascinano carrellini per non cadere.
Ragazze con sacchetti di fast food grandi come la testa.
Corpi gonfi, gonfiati da zuccheri e intolleranze.
Eppure ordinati. In fila. Sempre. Nessuno che salta. Nessuno che spinge.
Regole come ossa: dure, invisibili, ma che tengono insieme.
Penso a Diane Arbus qui, oggi.
La vedo con la Rolleiflex a tracolla, in mezzo a questa processione urbana.
Si fermerebbe a pochi centimetri dal volto di un anziano piegato, aspetterebbe che la smorfia diventi sguardo.
Chissà se le lascerebbero farlo, o se sarebbe solo un’altra donna con una macchina fotografica in un mondo già pieno di obiettivi puntati.
Poi arrivo.
L’ex armeria è sobria, quasi anonima. Nessuno ti prepara a quello che c’è dietro.
Varco la porta e mi ritrovo in un hangar enorme.
Più di 400 fotografie che galleggiano su ferro e specchi.
Non c’è silenzio. C’è un ronzio: scarpe che si spostano, teste che si girano insieme.
Un attimo di esitazione.
Poi mi ci butto dentro.
Foto da ogni lato.
Specchi che ti rimandano il volto deformato dal vedere troppo in fretta.
Gemelli che ti fissano. Bambini che sembrano adulti stanchi. Adulti che sembrano bambini persi.
Corpi che non chiedono di essere capiti, ma solo di esistere davanti a te, costringendoti a restare.
Cammino lento, respiro corto.
Non cerco di capire. Decido di vivere.
Cammino tra le immagini come dentro una folla che non si muove.
Ognuna è un incontro a distanza zero.
Non c’è cornice che protegga, solo la lama di uno sguardo diretto.
Vedo la città fuori riversata qui dentro: la donna che trascina due buste di spesa mentre una gamba la tradisce.
Il ragazzo con le cuffie enormi che mastica senza masticare.
La coppia seduta sul marciapiede che non si parla.
Sono già qui, fissati in bianco e nero, decenni prima di oggi.
Diane fotografava quello che c’era, ma era anche profeta.
Questi volti, questi corpi, sono la radice di ciò che vediamo ora nelle strade.
La fragilità non è più eccezione: è la condizione comune.
Eppure continuiamo a fingere che sia marginale.
Mi fermo davanti a un uomo in giacca e cravatta, seduto su un letto disfatto.
Non so se è un cliente, un marito, un attore.
So solo che non si muove, e il suo silenzio è più forte di qualsiasi racconto.
Penso a Lévinas: il volto dell’altro come richiesta di responsabilità.
Qui non c’è spazio per la distanza.

Gli specchi dietro le foto sono più spietati delle immagini stesse.
Ti mostrano mentre guardi, ti fanno parte della scena.
Non sei più osservatore. Sei dentro la stessa gabbia visiva.
La domanda non è più “chi sono loro?”
Ma “cosa vedono loro in me?”.
Nel presente, fuori da qui, ci aggrappiamo a versioni levigate di noi stessi.
Foto filtrate, narrazioni curate, identità addomesticate.
Tutto il contrario di ciò che Diane ci mette davanti.
Lei non addolcisce. Non abbellisce.
Prende il reale e lo mette in primo piano finché non diventa impossibile non vederlo.
Resto lì, tra uno specchio e una foto.
Il mio volto accanto a quello di una donna anziana con un cappello troppo grande.
Lei sorride appena. Io non so se sto sorridendo o stringendo i denti.
Capisco che la mostra è un corpo a corpo con l’alterità.
Ma l’alterità non è l’altro: sono io, quando smetto di proteggermi.
Trans in vestiti a fiori che non fingono nulla. Dritte. Fiere. Occhi negli occhi.
Circensi a metà trucco, tra finzione e fatica, in quella zona grigia dove lo spettacolo non è ancora iniziato e forse non inizierà mai.
Bambini con lo sguardo duro, il mento in avanti, la pelle tirata come se la vita avesse già bussato e si fosse fatta largo senza permesso.
Ogni volto è un ibrido.
Non solo etnie mescolate, ma storie stratificate.
Pelli che raccontano migrazioni, incroci, eredità spezzate e ricucite.
Diane Arbus non fotografava “diversità”. Fotografava il mondo com’era già.
Prima che imparassimo a dare etichette rassicuranti.
Poi l’uscita.
La luce di Park Avenue è un colpo agli occhi.
Il traffico scorre preciso. Taxi gialli. Passanti sulle strisce.
Ma vedo ancora il bianco e nero addosso a tutto:
la donna che aspetta il bus con parrucca storta, il ragazzino latino che ride da solo, un uomo con la mano tremante che cerca le chiavi.
Non è più New York: è un’estensione della mostra.
Cammino verso il Guggenheim.
Ogni volto sembra già una foto.
Non più anonimi: tutti hanno una storia che spinge per uscire dalla pelle.
Vedo una coppia elegante discutere sottovoce, un turista che scatta, il braccialetto ospedaliero ancora al polso.
Un venditore ambulante sbadiglia tra due clienti, il viso segnato da notti in piedi.
Sento che l’occhio di Diane non è rimasto nell’hangar. È qui, inseparabile.

Ogni persona è una soglia, e io ci passo accanto come sfiorando porte aperte.
Il Guggenheim è rotondo, perfetto. Ma le storie non stanno nelle geometrie.
Sono sparse. Instabili. Come la città stessa.
Dentro il Guggenheim la luce è uniforme, calibrata.
Le opere sono distanziate, protette da metri di spazio e aria condizionata.
Silenzio di rispetto. Ma anche di distanza.
Ogni cosa è già mediata, spiegata, incorniciata.
Cammino nella spirale, guardo lavori importanti, ma sento che manca qualcosa.
Manca il rischio.
Manca l’odore di respiro caldo, di occhi che ti trapassano a due centimetri.
Manca la necessità fisica di stare o scappare.
Al Wade Thompson Drill Hall, con Diane, non c’erano istruzioni, non c’era protezione.
C’era l’urgenza di guardare.
Qui c’è la certezza che tutto può essere contemplato senza conseguenze.
Esco.
La differenza è tutta lì: al Guggenheim entri per vedere l’arte.
Al Drill Hall entri e l’arte ti vede prima lei.
E non ti lascia più andare.
E allora penso: se la vita fosse una foto, vorrei essere già dentro lo scatto prima che chi guarda decida come posizionarmi.
Video realizzato dallo stesso autore dell’articolo
DIANE ARBUS CONSTELLATION
Curation Matthieu Humery
June 5 – August 17, 2025
#PAAConstellation
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All artworks from Collection Maja Hoffmann/LUMA Foundation

Constellation is made possible with support from GRoW @ Annenberg, a philanthropic initiative of the Annenberg Foundation founded by Gregory Annenberg Weingarten.
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Public support is provided by the New York State Council on the Arts with the support of Governor Kathy Hochul and the New York State Legislature as well as the New York City Department of Cultural Affairs in partnership with the City Council under the leadership of Speaker Adrienne Adams.
Photo: Diane Arbus, Constellation, 2023–2024, The Tower, Main Gallery, LUMA Arles, France.
All artworks © The Estate of Diane Arbus Collection Maja Hoffmann/LUMA Foundation
Installation Photo © Adrian Deweerdt