DI CARMINE FORNARI
“Quando prendi una batosta fatti bella. È il miglior modo per ripartire.” Adelina Tattilo.
L’altra sera ho visto la serie di Mrs. Playmen, la nuova serie tv tutta italiana, diretta da Riccardo Donna e disponibile su Netflix, che racconta la storia di Adelina Tattilo, una pioniera dell’editoria erotica italiana tra gli anni ’60 e ’70. Abbandonata dal marito Saro Balsamo, la giovane Adelina riesce a creare una rivista erotica, in apparenza per soli uomini, trasformandola però in uno strumento sofisticato che riesce a leggere la società italiana tra gli anni ‘60 e ‘70. Malgrado una regia molto semplice, rispetto a quello a cui Netflix ci ha abituati, la serie ha avuto un enorme successo e convince attraverso linee narrative diverse. Inutile ricordare quegli anni in Italia, tra la nascita dei movimenti politici di estrema sinistra e il desiderio potente di un cambiamento già in atto nella società. La scrittura del film parte da questo elemento sostanziale.
La giovane Adelina analizza inconsciamente ogni volta quello che le sta attorno, le persone che incontra, i problemi della gente, ciò che vede in televisione, ma soprattutto quello che accade anche nella sua vita privata, che dicono romanzata, ma che si basa su fatti reali. Il suo giornale diventa così lo “specchio” di una società in fermento. Ed è lì che ritrova la forza delle sue idee e diventa chiaro il suo impegno e la sua fortuna editoriale. Le direttrici narrative principali sono due, da una parte il coraggio di schierarsi dalla parte di coloro che subiscono e dall’altra lo scontro continuo con la società e la politica di quegli anni che non ammettevano i temi affrontati dal giornale, cioè la liberazione della donna e della sessualità femminile, il divorzio, il diritto all’aborto e all’emancipazione della donna, non più allora solo moglie e madre, ma soprattutto donna.
Il concetto di società patriarcale portava in sé, sottesa, la violenza sessuale che poteva non avere conseguenze penali e una presunta “perdita d’onore” della donna che poteva essere accettabile. Era permesso a uno stupratore evitare la denuncia se sposava la vittima. Stessa cosa accadeva anche per Il delitto d’onore, pene lievi per un omicidio volto a difendere l’onore (fu abolito poi nel 1981). Adelina si ribellava a tutto questo, voleva fare una rivista che poteva essere anche e soprattutto per le donne e si è trovata sola a combattere il bigottismo, dando quindi, per la prima volta, voce anche ai desideri e ai sogni femminili.
Da questo punto di vista l’operazione compiuta da Netflix sfugge alla solita considerazione di un biopic legato all’erotismo, ma ci fa percorrere, attraverso la figura di questa inedita imprenditrice, tutta la trasformazione di una società toccando l’elemento più intimo e coinvolgente del rapporto di coppia, il sesso. Un po’, se vogliano azzardare un paragone fuori dalle regole, quello che fece Bertolucci con Ultimo Tango a Parigi, cioè riuscire a demolire il perbenismo di una parte della borghesia e le sue ipocrisie, attraverso i sogni e desideri intimi, estremi, di una giovane ragazza. Al di là dei movimenti politici di quel tempo, era importante raccontare la trasformazione del pensiero e delle emozioni attraverso la trasgressione e la rottura di un ordine costituito, ormai superato, dando luce alle pulsioni nascoste della gente. Si trattava di definire i nuovi ruoli e i nuovi orizzonti della comunità. Ed è quello che poi ha fatto Adelina Tattilo, una donna del sud, vessata da un marito padre padrone a cui ha detto di no e a cui si è ribellata. Il gioco di storytelling sul personaggio fa si che Adelina siamo noi.