Netflix ci propone ora una serie già andata in onda in broadcast tra l’Inghilterra e gli Usa: Killing Eve. Anche questa è una di quelle serie lunghissime a cui Netflix ci ha abituati. Quattro stagioni con 8 episodi ciascuna per un totale di 32 puntate per circa 22 ore di visione. Evidentemente queste serie funzionano su Netflix.
Immagino le serate silenziose nei lunghi week end nelle terre di nessuno, tra le lande desolate del Wyoming o le montagne innevate del Montana, dove queste serie la fanno da padrona e lasciano allo spettatore quel brivido di emozioni a rompere le monotonie e i silenzi (e le solitudini). Ma funzionano anche nelle grandi città, quando si tocca un tasto inaspettato di un rapporto omosessuale sconvolgente, pieno di grande attrazione e tanti rifiuti, di un mix di amicizia impossibile tra due persone che si sparano e poi si aiutano e poi scappano e poi si sparano ancora senza mai morire. Cercano di uccidersi in tutti i modi ma poi no.
Questi sono i due personaggi principali: da una parte l’assassina prezzolata Villanelle e dall’altra l’agente Eve Polastri, una funzionaria dell’MI-5, il servizio d’intelligence inglese che cerca invano di acchiapparla. I temi trattati in queste serie lunghissime vanno in controtendenza e ci fanno capire quanto queste produzioni siano molto più avanti della cosiddetta morale diffusa perché, molto probabilmente, raccontano personaggi veri e situazioni considerate normali e quindi tranquillamente accettate dall’audience televisiva rispetto alla solita autocensura generalista. Oggi anche nelle serie di grande successo destinate ad un pubblico adolescente come Stranger Things, si raccontano personaggi gay senza problemi.
In Killing Eve, da una parte abbiamo Villanelle bionda, altissima, sicario indistruttibile e impossibile da uccidere da parte di tutti coloro che ci provano e dall’altra c’è Eve, asiatica, che cerca di mantenere una vita nella norma di un tranquillo rapporto con un marito professore che tutte vorrebbero avere, e che lui rifiuta, completamente innamorato della moglie di cui però non sa tutta la parte della sua vita pericolosa. Come fa a sedurre gli spettatori una storia lesbica di solito considerata inaccettabile in televisione? La chiave è nel personaggio di Villenelle, magistralmente interpretato da Jodie Marie Comer che per questo personaggio si aggiudica il BAFTA Television Award e il Premio Emmy nella sezione miglior attrice in una serie drammatica, venendo inoltre nominata due volte al Golden Globe e due al Critics Choice Television Award.
Ma oltre l’interpretazione c’è anche la scrittura della storia di Luke Jennings, i dialoghi e tutto il resto. Il personaggio è sempre in controtendenza e imprevedibile, l’opposto del killer serio e oscuro a cui siamo abituati. Villanelle uccide con la stessa serenità con cui noi prendiamo un cappuccino al bar, lo fa tra follia e sorriso, prende in giro tutti e si diverte. Più si trova in una situazione senza sbocchi, più noi aspettiamo di vedere come ce la farà ad uscirne, il tutto condito da una forte dose di ironia che ci fa sorridere tra i modi fantasiosi delle esecuzioni e abiti sgargianti per cui non passa inosservata e che le permettono quella punta di follia che disarma.
Il tutto fa si che per noi diventi lei la nostra eroina e, alla terza stagione, vogliamo che vinca e soprattutto vinca il suo amore per Eve. Lo spettatore incomincia a parteggiare per lei, perché poi percepisce che malgrado i delitti, il suo amore per Eve è davvero sincero e anche quanto di più puro ci possa essere. Il tutto si trasforma in una storia romantica. Finalmente Eve accetta questo amore fuori dalle regole lasciando una dolce commozione inaspettata nello spettatore, per quel poco tempo che rimane alle due prima della tragica fine (classico espediente da sceneggiatore, del resto era difficile concludere altrimenti).
Alla fine, la sensazione che rimane è che noi avremmo voluto, una volta nella vita, incontrare una Villanelle, semmai non proprio sicario.
THE LONG SHOT: KILLING EVE
con Jodie Marie Comer e Sandra Ho
Basata sulle storie di Villanelle di Luke Jennings