DI SERGIO MARIO ILLUMINATO
La Repubblica a Pantelleria, dieci anni dopo la nascita del Parco Nazionale
Due aerei attraversano questa giornata. Soltanto uno può ancora volare.

Il primo è fermo dentro l’hangar di Pantelleria. È ciò che rimane del Macchi C.205 Veltro MM9310, abbattuto l’8 giugno 1943 durante l’Operazione Corkscrew e restituito dal mare ottant’anni dopo.
La corrosione ha aperto la fusoliera, consumato le superfici, scavato l’elica. Della potenza per cui fu costruito resta un corpo esposto.

Il secondo aereo attende sulla pista.
Sulla fusoliera porta la scritta Repubblica Italiana. Ha condotto a Pantelleria Sergio Mattarella, il primo Presidente della Repubblica a raggiungere ufficialmente l’isola.
Tra i due velivoli c’è l’hangar.
Fu costruito tra il 1936 e il 1939, quando Pantelleria veniva trasformata in una portaerei immobile al centro del Mediterraneo. Una grande galleria di cemento armato, nascosta sotto la terra e il basalto perché sfuggisse alla ricognizione aerea. Un’opera concepita per scomparire dentro l’isola mentre preparava la guerra.
Nel giugno del 1943 quel cielo divenne irrespirabile.
Per settimane Pantelleria fu sottoposta ai bombardamenti anglo-americani dell’Operazione Corkscrew. Migliaia di tonnellate di ordigni caddero sull’isola-fortezza per spezzarne le difese prima dello sbarco in Sicilia.
Le riprese militari dell’epoca mostrano il porto, il centro abitato, il fumo che inghiotte la costa. Dall’alto l’isola appare come una posizione da neutralizzare. Sotto quelle traiettorie vivevano più di diecimila persone.
Le famiglie cercavano riparo nelle grotte, nei dammusi, nelle contrade e nelle strutture sotterranee. Aspettavano che finisse il rumore. Da lontano Pantelleria era una coordinata strategica, un avamposto, un bersaglio. Da vicino tornava a essere una comunità.

Oggi, nello stesso spazio costruito per nascondere gli aerei, le istituzioni parlano di ambiente, patrimonio, servizi, futuro. Il luogo non dimentica ciò per cui è nato, ma accoglie parole che allora sarebbero state inconcepibili.
Entro nell’hangar e ne avverto la sproporzione. La volta si solleva sopra le sedie, le uniformi, i gonfaloni, le autorità. In fondo, la grande apertura lascia entrare la luce della pista. Siamo dentro una costruzione del passato e parliamo di ciò che Pantelleria potrà ancora essere.
Si celebra il decennale del Parco Nazionale Isola di Pantelleria, il primo Parco Nazionale della Sicilia. A firmarne nel 2016 il decreto istitutivo fu lo stesso Sergio Mattarella. Dieci anni dopo, il Presidente incontra l’isola alla quale quella firma ha riconosciuto un valore che riguarda l’intero Paese.
Prima di ogni intervento, sullo schermo scorrono brevi sequenze di Benvenuto Presidente, il filmato realizzato da Nicola Ferrari. Vedo Pantelleria, ma sono soprattutto le mani a trattenermi: le mani di chi raccoglie i capperi, di chi si china sulla vite, ne accompagna la crescita, la difende dal vento. Mani segnate, precise, dentro una conoscenza che non ha bisogno di dichiararsi. Prima che le istituzioni comincino a parlare, l’isola è già entrata nell’hangar attraverso il lavoro.
Prendono la parola il sindaco Fabrizio D’Ancona, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, il presidente dell’Ente Parco Italo Cucci, Pier Luigi Petrillo, direttore della Cattedra UNESCO in Patrimonio culturale immateriale e Diritto comparato di Unitelma Sapienza, e infine il Presidente della Repubblica.
Le responsabilità sono diverse. Una frase pronunciata dal sindaco all’inizio della cerimonia rimane nell’aria e accompagna ogni intervento: «Periferiche sì, ma non marginali».
Qui la geografia entra nella vita quotidiana. I collegamenti intermittenti, i servizi essenziali subordinati ai numeri, i diritti trattati come eccezioni mostrano quanto facilmente una condizione geografica possa diventare una condizione umana.

Nel suo intervento, Italo Cucci si rivolge allo Stato centrale. Chiede una protezione più forte contro gli incendi, una presenza adeguata dei Vigili del Fuoco, un monitoraggio capace di riconoscere il pericolo prima che il fuoco prenda possesso dell’isola.
Nel tempo dei cambiamenti climatici, che rendono più frequenti le condizioni capaci di alimentarlo, a Pantelleria non è un rischio da evocare nei programmi. Il fuoco ha già attraversato i boschi, raggiunto le case, divorato in poche ore ciò che aveva impiegato decenni a crescere. La protezione comincia molto prima dell’emergenza, nella continuità di uomini, mezzi e attenzione.
Poi Cucci chiede di ripristinare il punto nascita, assente da anni. La sua voce porta nell’hangar qualcosa di elementare, che non dovrebbe richiedere una battaglia.
Nel 2025 sono nati sessantatré bambini da famiglie pantesche. Nessuno è nato a Pantelleria. Per dare alla luce un figlio, le donne devono lasciare l’isola, affrontare il viaggio e trascorrere lontano da casa le settimane che precedono il parto.
La distanza, in quel momento, passa nel corpo.

Poco più in là siedono una sessantina di bambini con il berretto bianco. Sono i Piccoli Ranger del Parco, coinvolti in un percorso che li conduce dentro gli ecosistemi panteschi per imparare a conoscerli e a proteggerli.
Per l’unica foto ufficiale della cerimonia, Mattarella decide di mettersi in mezzo a loro, dentro quel piccolo nucleo.
Il gesto dura il tempo di uno scatto e cambia il centro dell’immagine. Da quel momento, ogni volta che nell’hangar viene pronunciata la parola futuro, io guardo loro.
È giusto insegnare a un bambino che un sentiero, una pianta, un terrazzamento o una sorgente fanno parte di un equilibrio del quale dovrà prendersi cura. Ma quale possibilità avrà di costruire la propria vita nel luogo che gli chiediamo di custodire? Quei bambini sono chiamati a diventare i custodi di un’isola nella quale non possono più nascere.
Pantelleria possiede due riconoscimenti UNESCO legati al patrimonio immateriale: la pratica agricola della vite ad alberello e l’arte dei muretti a secco, quest’ultima condivisa con altri territori mediterranei ed europei. Nessun patrimonio si trasmette da solo.
Le pietre non si dispongono spontaneamente una sull’altra e la vite non cresce nella forma che la protegge dal vento senza il lavoro dell’uomo. I terrazzamenti, i giardini panteschi e i dammusi esistono perché gesti antichi sono stati appresi, ripetuti, corretti e consegnati ad altre mani.
Se viene meno chi resta, il paesaggio conserva le proprie forme, ma perde la vita che le ha generate. Il Parco protegge precisamente questo legame tra l’isola e le persone che le hanno dato forma.
Mattarella ricorda che Pantelleria non deve essere conservata come una fotografia, ma valorizzata per il futuro e per le nuove generazioni.
Le sue parole incontrano l’immagine appena scattata con i bambini e la oltrepassano: un’isola non può essere fermata nel suo momento più bello, separata dal lavoro, dalla fatica e dalle possibilità di chi la abita. Deve poter cambiare senza essere svuotata, accogliere senza perdere chi rimane, consentire di partire e di tornare senza che ogni partenza rischi di diventare definitiva.
Pantelleria non è un’anomalia da correggere secondo modelli costruiti altrove. Qui ogni soglia astratta diventa materia: il numero minimo necessario a mantenere un servizio; il limite oltre il quale un collegamento non è più conveniente; il parametro che stabilisce se un presidio può continuare a esistere. Sulla carta sono criteri.
Nell’isola diventano giorni di attesa, viaggi obbligati, cure rinviate, famiglie divise.
È così che l’eccezione diventa abitudine e chi vive su un’isola finisce per dover dimostrare che la propria vita merita il costo necessario a sostenerla.
Una comunità non è una voce di spesa da giustificare.
Le immagini del 1943 tornano allora con un significato diverso. Gli aeroplani osservavano Pantelleria dall’alto; l’isola entrava nei loro obiettivi come un sistema di batterie, piste, porti e coordinate, mentre la popolazione scompariva sotto il fumo. Ottantatré anni dopo, sulla stessa pista è atterrato un aereo con la scritta Repubblica Italiana.
Questo rovesciamento acquista senso in ciò che oggi si riesce a vedere: dietro il Parco, le persone; dietro il paesaggio, il lavoro; dietro ogni decisione, le vite che ne porteranno le conseguenze.
Essere qui mi impedisce di trattare tutto questo come un concetto. Vedo la luce entrare dall’apertura dell’hangar, i berretti bianchi dei bambini, il profilo corroso del Macchi restituito dal fondo del mare e, oltre la soglia, il velivolo presidenziale pronto a ripartire.
La visita di Sergio Mattarella ha avuto un valore storico. La Repubblica ha attraversato fisicamente il mare e ha ascoltato ciò che, su quest’isola, significa esserci: uomini e mezzi contro il fuoco, un luogo nel quale poter nascere, diritti che non si fermino davanti al mare.
Una presenza così autorevole genera fiducia, e la fiducia, quando è vera, impegna le istituzioni che oggi hanno parlato, quelle che dovranno trasformare le parole in decisioni e anche noi, chiamati a non consumare questa giornata nella celebrazione.
All’uscita, la volta dell’hangar sembra ancora più alta. Le persone, piccolissime sotto quel cemento, cominciano a disperdersi. Sulla pista un aereo ripartirà. L’altro resterà qui, consegnato alla memoria.
Anche le parole pronunciate oggi prenderanno una di queste due direzioni: potranno allontanarsi con il cerimoniale oppure restare, diventare uomini, mezzi, presìdi, possibilità di vita.
La geografia rende Pantelleria periferica.
La marginalità sarebbe una scelta.
Oggi la Repubblica è arrivata fin qui.
Da domani, il significato di questa visita si misurerà nella sua capacità di continuare a esserci.
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Giuliana Raffaelli
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