Serie faraonica su Netflix. Otto stagioni per 12 puntate a stagione per un totale di 96 episodi andato sul web dal 2012 al 2020 in Italia. Ho aspettato qualche anno per fare una folle maratona di quasi 100 ore viste di seguito e vedere se funziona.
Grande tecnica di scrittura con una regia semplice ma ansiogena per una serie tv. Una volta un alto dirigente rai mi disse che in televisione la chiave è quella ansiolitica, cioè interrompi la visione perché il bimbo piange, devi rispondere a tua suocera, la pasta sta per scuocersi, il vicino ti chiede un uovo ecc… e tu vai, fai , interrompi la visione, ma poi la riprendi senza problemi e capisci tutto anche se ti sei perso situazioni intere, pezzi di dialogo, la scenata di gelosia tra gli attori, un figlio che viene investito per strada oppure che si spara eroina in un sottoscala di notte nel buco nero di una metropoli. Sono solo esempi, ma questa è la tecnica di scrittura, puoi lasciare e riprendere come o quando vuoi, i personaggi sono sempre lì per te.
Questa è la tecnica della soap, ma anche per la serie televisiva. È ansiolitica, non ti deve turbare più di tanto, deve farti andare a cena o a letto senza rimorsi o incubi o sensi di colpa, ma contenti che poi non è successo nulla e tutto riprende come prima, i buoni vincono e i cattivi… e bla bla bla E la visione ansiogena?
Tu stai incatenato su di una sedia in un cinema fin quando non escono i titoli di coda perché questo è il film di due ore per cui hai pagato un biglietto e ti sei visto con gli amici e ne parli dopo mentre mangi una pizza. Si riesce a fare lo stesso con una serie in tv di ben 96 puntate, fatta per incatenarti questa volta sul divano di casa per giorni interi e farti avere una scarica di adrenalina per almeno due volte a puntata?
Homeland ci riesce. La sceneggiatura è quasi perfetta. Ti lancia il mistero, il pericolo, l’impossibile intreccio in cui non riesci a intravedere una via di uscita e poi, tutto ad un tratto, ti ritrovi con un bel colpo si scena, potente, inaspettato, folle, impossibile che ribalta ogni cosa e che fa salvare il personaggio di cui ti sei innamorato durante le 96 puntate.
Nello spettatore aumenta l’ansia, vai appresso alla storia, vedi come il protagonista se la cava tra la ricerca della verità e il mistero che deve scoprire, come quando con Hitchcock seguivi l’ispettore che sbroglia una matassa incomprensibile. Tutto ruota attorno a due elementi, da una parte abbiamo il racconto che sfiora o rilegge in chiave di finzione i fatti importanti della storia recente, da Kabul, i talebani fino alla Capitol Hill di quei pazzi scriteriati, tutto muscoli, armi e stupidaggini, venuti alla luce dalla logica delle fake news, con tutti i pericoli connessi alla follia generalizzata dei social.

Dall’altra parte abbiamo la protagonista Carrie Mathison, interpretata magistralmente dalla pluripremiata Claire Danes e a una costruzione del personaggio a dir poco geniale. Il suo coraggio conquista, lei è pronta a sfidare tutto e tutti in nome della coerenza al suo giuramento verso la nazione, per difendere i suoi amici e tentare di fare “la cosa giusta”, salvare la verità in quell’intruglio di poteri che è la Cia. Carrie è una persona normale che segue il suo istinto femminile al di fuori delle regole. Lei è bipolare cioè affetta da un problema psichico potente che però le dona un’intuizione anormale. Ed è quella che la guida e con cui vince, sempre.
E noi attendiamo che ce la faccia ed è proprio nell’intuizione che si regolano i colpi di scena. È la riproposta dell’eroe contro tutto e tutti che vince e noi siamo con lei anche nell’impossibile, incatenati in una condizione psicologica apparentemente senza via d’uscita. Il personaggio diventa potente, episodio dopo episodio. Il coraggio è la sua forza, una figlia abbandonata è la sua fragilità. L’ammiriamo e vorremmo essere come lei.
The Last Ever Scene of Homeland (Season 8, Episode 12)