Non posso non ritornare sul discorso di Pompei & C., non solo perchè sollecitata da Vito Corte nei vari commenti in diversi post sui social, ma anche per la lettura di un articolo sul Giornale dell’Arte (https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Astici-e-meduse-non-sono-il-problema-Il-problema-e-quando-la-critica-sceglie-bersagli-facili-e-innocui).
Stante il fatto che il sistema dell’arte è un po’ perverso (e chi c’è dentro da tanti anni sa bene di cosa sto parlando e neanche serve specificare), non sono d’accordo con l’articolo in questione a firma di Virginia Djurberg, la quale denuncia che la critica d’arte si esprima solo per operazioni “innocue” o semplicemente mediatiche e popolari e non per grandi mostre assolutamente discutibili.
Prima di tutto, ognuno di noi, nella scelta di scrivere su una mostra, prende in esame diversi fattori. Uno dei miei principali, che mi spinge a scrivere o a non scrivere, è se il mio articolo possa essere costruttivo e favorire il dialogo e il dibattito culturale; perchè, al contrario, se è mera critica distruttiva e polemica, allora a me non interessa affatto (e in questo caso, nel caso in cui la critica diventa polemica, credo che non si possa parlare neanche di critica). Di certo le mie motivazioni potranno non coincidere con quelle degli altri: ognuno in coscienza sa e decide.
Quindi, sì, ci sono state mostre che ho considerato totalmente discutibili e inutili e di cui non ho scritto qui su VulnerarTe Magazine; su altre invece, come la Biennale Arte 2024, mi sono espressa con molta energia (ad esempio sul Padiglione Italia di Luca Cerizza e Massimo Bartolini: https://www.vulnerartemagazine.com/2024/04/24/padiglione-italia-un-deja-vu-annunciato/), anche se il mio articolo non è stato molto apprezzato e non ha innescato alcuna discussione o dialogo (ma questa è un’altra storia, seppur collegata).
Secondo elemento: discutere sul rapporto tra le nostre permanenze archeologiche e l’arte contemporanea non è affatto rincorrere un’operazione mediatica, tanto che lo stesso problema si attiva anche nel campo dell’architettura (vi ricordate l’ampliamento di Labics del Palazzo dei Diamanti e la polemica di Sgarbi che portò all’annullamento del progetto?). Nè il caso di Pompei si può ritenere isolato: l’articolo su Artribune a firma di Helga Marsala porta diversi esempi di opere d’arte contemporanea “in dialogo” con siti storici o archeologici. (https://www.artribune.com/arte-contemporanea-2/2026/07/jago-a-capri-colbert-a-pompei-opinioni/)
Il dialogo tra antico e contemporaneo (nel campo dell’arte e e dell’architettura) dovrebbe essere davvero un tema di studio serio e programmatico, prima di tutto perchè ci interroga sul futuro del nostro patrimonio e su come gestirlo, per non lasciarlo in mano al turismo sfrenato e inconsapevole, attratto da dinamiche che poco hanno a che fare con il concetto di “cultura”; e poi perchè in noi c’è un vero e profondo sentimento di amore verso il nostro grande patrimonio artistico e culturale che nessuno vorrebbe vedere denigrato, deturpato, sminuito (e questo non rende popolare o mediatico l’interesse). Sono stata sempre una grande sostenitrice della ricchezza che deriva dal confronto e dal dialogo intelligente, studiato ed approfondito tra opere preesistenti e contemporanee e, dunque, non mi ritengo affatto una conservatrice, pur amando e conoscendo il patrimonio artistico e architettonico dei secoli passati. Esempi di architettura contemporanea che diventa esaltatrice ed attivatrice di quello che è già: Darwin Centre – Natural History Museum – C.F. MØLLER ARCHITECTS, Londra; Ampliamento del Castello Hambacher Schloss Germania di Max Dudler; Torre del Borgo – Villa D’Adda CN10 architetti; Convento di San Francesco a Paternò (CT) di Culotta, Bosco, Guerrera, Finocchiaro – architetti; Musée des beaux-arts di Nantes – Stanton Williams Architects; Maggie’s Centre Barts – Steven Holl Architects, Londra; il Fondaco dei Tedeschi con gli interventi di Rem Koolhaas Studio Oma; ecc..
Ora c’è da domandarsi: basta quanto scritto sulle opere di Colbert, ovvero che sono una denuncia della società contemporanea, a giustificare l’operazione e approvarla? (vedi: https://arte.sky.it/news/2026/mostra-pompei-philip-colbert) Come giudichiamo le opere di Colbert come opere d’arte e in relazione al parco archeologico di Pompei? E soprattutto, cosa desideriamo per questa meraviglia unica al mondo che è Pompei? Pompei non è un piccolo reperto, un manufatto, una rovina o un semplice scavo archeologico. Pompei è una città intera che ancora ci parla, ci racconta, ci emoziona, ci insegna, è presente nel nostro presente e tutti dovremmo essere coinvolti sul suo presente e sul suo futuro.
Non so se Colbert abbia studiato Pompei e l’architettura romana ma di certo l’operazione lascia perplessi. Se oggi dovessi recarmi a Pompei e dovessi, da semplice visitatrice, approcciarmi alle opere di Colbert, queste non mi narrerebbero dei dissesti della nostra società. Le vedrei solo come un divertissement che non diverte così tanto. Ma io non amo molto l’arte pop e potrei essere tratta in inganno.
Emettere un giudizio sull’arte è operazione complessa e questa non vuole essere la sede per farlo. Ma interrogarsi sul nostro patrimonio non è di certo solo una scelta mediatica, popolare o di tendenza del momento. È riconoscere di che pasta siamo fatti, da cosa è intriso il nostro sangue e da cosa è composta la nostra pelle.
E quindi, no, non ai posteri l’ardua sentenza ma a noi che viviamo e possiamo modificare il presente.
Essendo consapevole che quanto scritto si inserisca solo in un dibattito culturale per contribuirne, concludo con il racconto di un’esperienza fatta a Pompei nel 2022.
Sono stata nel Parco Archeologico di Pompei da sola: avevo accompagnato mia figlia per l’esame finale del brevetto subacqueo a Castellammare di Stabia e, mentre lei era impegnata nelle immersioni, io vi trascorsi un’intera giornata, dalle 9 di mattina alle 18 di sera, nel mese di giugno. Faceva già molto caldo ma, pensando di stare lì solo per qualche ora, non portai con me né acqua né il pranzo. Invece sono rimasta 9 ore. Mi potreste domandare: e cosa hai fatto per 9 ore a Pompei? Mi sono persa per le strade, negli antri dei palazzi, nella polvere dei teatri, nelle viuzze dei quartieri popolari. E mi sentivo a mio agio, come se un mio corpo avesse già percorso quegli spazi. Verso le 16, il mio girovagare mi portò in una zona dominata dalle case non nobiliari. Entrai in una di queste, di cui erano rimasti in piedi solo muri fino all’altezza di circa 1,20 m. Ed ebbi subito la netta percezione che quella fosse stata casa mia (ahhh di certo non ho sangue blu!). Fu una sensazione fortemente corporea, potente e nitida. E allora cominciai a ballare, a saltare, inneggiando al mistero delle vite che si susseguono e si metamorfizzano per diventare noi. Ebbi l’idea di suggellare quel momento, per rivederlo e credere ancora che non fosse una mia semplice fantasia (e le foto che qui vedete ne sono un esempio). Ma non lo è mai stata: è stato riconoscere che Pompei è parte di noi.
Ecco, auguro a tutti di poter sperimentare quello che io ho vissuto quel giorno. Io lo terrò stretto sempre, fino alla morte e oltre. Toccare, come San Tommaso, e sporcarsi le mani nella polvere e nel sangue amplifica la consapevolezza che il dibattito qui in corso non sia pura e sterile polemica estiva ma tocchi il nucleo delle nostre radici e della nostra storia.







