Hamnet di Chloé Zhao, La Grazia di Paolo Sorrentino. Quando il cinema resta, quando il cinema chiude

DI SERGIO MARIO ILLUMINATO

Il cinema entra in gioco quando non sappiamo più come tenere il peso di ciò che accade.

Non arriva dopo, non commenta a distanza. Si colloca nel punto in cui l’esperienza smette di essere governabile e continua comunque a chiedere presenza.

Negli ultimi anni il cinema contemporaneo è tornato con insistenza a confrontarsi con corpi che non reggono più una funzione. L’immagine si misura con lutti che resistono a ogni tentativo di ricomposizione e si arresta davanti a fini che non trovano una forma condivisibile. Non per inseguire un tema, né per rispondere a un’agenda culturale, ma per una necessità che riguarda il modo stesso di percepire. Come se l’immagine fosse diventata uno degli ultimi luoghi in cui la complessità può ancora essere guardata senza essere subito ricondotta a un ordine.

Questo movimento riguarda il cinema, ma la sua origine non è cinematografica.

Ha a che fare con il modo in cui oggi affrontiamo ciò che non sappiamo governare.

Sempre più spesso affidiamo alla tecnologia il compito di assorbire ciò che per noi è diventato difficile da sostenere direttamente. L’instabilità, la perdita, il tempo che non produce, il limite del corpo vengono spostati fuori dall’esperienza, consegnati a dispositivi sempre più autonomi che promettono gestione. A questi dispositivi non chiediamo soltanto di calcolare o prevedere: affidiamo loro il compito di stabilire fin dove possiamo reggere, e quando smettere senza assumerci la responsabilità della scelta.

In questo slittamento, che avviene senza rumore, cambia anche il nostro rapporto con le immagini. La forma tende a prendere il posto dell’esperienza, la necessità di chiudere diventa più forte della disponibilità a restare. La decisione si impone come valore, mentre l’esposizione viene progressivamente percepita come una mancanza.

La fine deve essere resa leggibile. Il dolore, ricondotto a un assetto che ne consenta la tenuta. Ciò che resta aperto viene avvertito come qualcosa che non funziona, come un errore da correggere.

Il cinema non è estraneo a questa pressione.

Anzi, è uno dei luoghi in cui questa tensione diventa visibile con maggiore precisione.

Ci sono film che assumono il compito di accompagnare lo spettatore verso una soluzione condivisibile, di rendere sostenibile ciò che eccede. Altri compiono un gesto più fragile, meno rassicurante. Restano accanto a ciò che non si risolve, accettando di non offrire una forma che protegga dallo squilibrio che si è aperto.

La differenza tra questi due gesti non riguarda lo stile.
Riguarda il modo in cui il cinema decide di stare davanti al corpo, al tempo, alla fine.

Questo scritto nasce dentro quella tensione.

Non per stabilire quale immagine abbia ragione, ma per interrogare ciò che accade quando il cinema si trova a scegliere tra il restare e il chiudere, tra l’esposizione e l’organizzazione, tra l’assunzione del rischio e la sua traduzione in forma.

Perché oggi, forse più che in altri momenti, il cinema non è chiamato a dire qualcosa sul futuro, ma a misurarsi con un presente che fatica a sostenere ciò che non può essere delegato.

HAMNET, a Focus Features release. Credit: Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC

In Hamnet di Chloé Zhao il cinema sceglie di non condurre.

La perdita non viene orientata verso un esito, il tempo non è organizzato attorno a un’idea di superamento. La morte del figlio non diventa un punto da cui ripartire, ma una presenza che resta dove è avvenuta e continua a occupare l’esperienza senza indicare una direzione.

Il film non chiede alla perdita di svolgere una funzione. Non la trasforma in fondamento di senso né in motore narrativo. La lascia agire come un’interruzione che modifica il rapporto con il tempo e con i corpi, senza essere convertita in origine simbolica. Ciò che è accaduto non produce avanzamento. Produce durata.

Questa scelta non riguarda il tema, ma il posizionamento dell’immagine. In Hamnet il cinema si colloca in uno spazio in cui il dolore non viene tradotto in discorso e non chiede di essere interpretato. La perdita non è resa significativa, ma continua a farsi sentire come un’assenza persistente, come qualcosa che resta presente senza essere chiamato a servire. L’immagine rimane accanto a questa presenza opaca, senza spiegarla né prepararla a un esito.

La regia di Chloé Zhao lavora su questa esposizione con una coerenza che attraversa tutto il suo cinema. Nei film precedenti il movimento non coincide mai con una risoluzione, ma con un adattamento fragile a un limite che non si chiude. In Hamnet questa postura si fa ancora più esposta. Non c’è viaggio che alleggerisca il peso e non c’è distanza capace di rendere la perdita più maneggevole. Luoghi, gesti e corpi restano immersi in ciò che è venuto meno.

HAMNET, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2025 FOCUS FEATURES LLC

La scelta di concentrare il film sul corpo di Agnes non risponde a un riequilibrio simbolico. Riguarda il punto di vista dell’immagine. Quel corpo continua a vivere mentre il senso non si ricompone. Non trasforma ciò che è accaduto in racconto e non lo assume come materia da elaborare. Rimane esposto a una continuità biologica che non coincide con l’idea di andare avanti. È in questo scarto che il film trova la propria materia, ma anche una tensione che non viene completamente attraversata.

Il tempo, in Hamnet, non svolge una funzione riparativa. Insiste e si deposita nei gesti ordinari, nella ripetizione delle azioni, in una durata che non alleggerisce. L’immagine accetta questa insistenza e la sostiene, ma proprio in questo sostegno emerge un rischio: che il restare, così coerente e rigoroso, inizi a stabilizzarsi. La permanenza sfiora la possibilità di diventare una condizione riconoscibile, quasi abitabile.

È qui che il film tocca un limite sottile. Non arriva a chiudere, ma nemmeno mette davvero in crisi il proprio restare. La sospensione non viene attraversata fino a diventare instabile. Il dolore non prende una forma, ma trova un luogo in cui depositarsi, una permanenza che nel tempo tende a perdere movimento. Il rifiuto della soluzione resta intatto, ma la durata comincia a sedimentarsi.

Anche il riferimento ad Amleto rimane in una zona laterale. Non viene utilizzato per ricomporre la perdita in una forma più ampia. Il film non costruisce un ponte rassicurante tra la morte del figlio e l’opera futura del padre. Quel possibile legame resta sullo sfondo, come qualcosa che non assolve il presente e non riesce nemmeno a rimetterlo completamente in tensione.

HAMNET, a Focus Features release. Credit: Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC

In Hamnet restare non è una virtù né una scelta morale. È una condizione che riguarda il cinema stesso. Restare davanti a un corpo che continua a vivere senza che questo coincida con un avanzamento, davanti a una perdita che non diventa origine e non fonda nulla. Restare in un tempo che non consola, in un’immagine che rinuncia a chiudere e che, proprio per questo, si misura con il rischio di non riuscire sempre a trasformare la rinuncia in attraversamento.

È in questa ambivalenza che Hamnet trova la sua forza e il suo limite. Un cinema che rifiuta la chiusura, ma che espone anche il pericolo di un restare che, nel tempo, può smettere di fare attrito.

Non è il fatto che Hamnet resta a costituire il nodo. La questione emerge quando il restare smette di essere attraversato e inizia a presentarsi come una condizione riconoscibile.

In quel momento il cinema, pur rifiutando la soluzione, si avvicina a una forma di equilibrio. Un equilibrio fragile, instabile, che non risolve il dolore ma gli offre un luogo in cui depositarsi. L’immagine non chiude, ma impara a sostenere la sospensione senza più metterla davvero in crisi.

È da qui che il discorso non può arrestarsi.

Se il cinema rinuncia a chiudere, deve anche misurarsi con le conseguenze di questa rinuncia. Con il tempo necessario a restare senza trasformare il restare in una postura stabile. Con ciò che accade quando la permanenza smette di essere esposizione e inizia a somigliare a una forma, per quanto fragile.

È in questo spazio che si affaccia l’altra possibilità. Non come scorciatoia, ma come gesto che assume una responsabilità. Non per rimuovere il dolore, ma per scegliere di non lasciarlo indefinitamente sospeso.

La Grazia. Credit: © The Apartment Pictures

È da questo punto che La Grazia di Paolo Sorrentino entra in campo.

Non come risposta a ciò che Hamnet lascia aperto, ma come assunzione esplicita di una responsabilità che l’altro film sospende.

Qui il cinema non accetta di restare indefinitamente nella durata. Interviene. Si assume il compito di decidere quando la permanenza diventa insostenibile e quando l’attesa smette di essere esposizione. La fine non viene semplicemente accolta: viene condotta verso una forma che possa reggere.

Nel film di Paolo Sorrentino, la decisione non è un incidente narrativo. È il centro dell’immagine. Il cinema prende posizione davanti al corpo e al suo limite, scegliendo di non lasciare che l’indecidibile occupi tutto il tempo dell’esperienza.

Questo gesto non nasce da una semplificazione del dolore. Nasce dalla convinzione che la forma possa farsi carico di ciò che il corpo non riesce più a sostenere da solo. La chiusura, qui, non è una rimozione, ma un atto che assume il rischio di dire: a questo punto, restare non basta più.

È una postura coerente con il cinema di Sorrentino, che ha sempre lavorato sulla forma come luogo di esposizione del potere e della fragilità. In La Grazia questa forma non protegge dall’esperienza, ma la orienta fino a renderla conclusa. La soglia non viene abitata: viene attraversata.

La Grazia. Credit: © The Apartment Pictures

In La Grazia la decisione non arriva come esito narrativo, ma come condizione dell’immagine. Non è il punto finale di un percorso, è il luogo in cui il cinema sceglie di intervenire quando il restare smette di essere sostenibile.

Il corpo, qui, non è lasciato nella durata. Viene accompagnato. La sofferenza non resta esposta a tempo indefinito, ma viene ricondotta a un gesto che ne delimita il peso. L’eutanasia entra nel film non come tema, ma come atto cinematografico: un atto che chiede alla forma di assumere una responsabilità che non può più essere rinviata.

Nel cinema di Paolo Sorrentino, la forma non è mai neutra. È il luogo in cui l’esperienza viene orientata, composta, resa visibile fino alle sue conseguenze estreme. In La Grazia questa postura raggiunge un punto di massima esposizione. La fine non viene lasciata accadere: viene guidata, preparata, inscritta in un tempo che la renda guardabile.

Il gesto è potente perché non si sottrae.
Non delega allo spettatore il peso della decisione.
Lo assume.

Ma è proprio qui che il cinema mostra il suo lato più problematico. Nel momento in cui la forma prende in carico la fine solleva il corpo dall’indeterminatezza e libera lo spettatore dalla permanenza. La chiusura offre sollievo, ma riduce lo spazio del non sapere. L’esperienza non resta aperta: viene conclusa.

La Grazia. Credit: © The Apartment Pictures

In La Grazia la decisione non è una scorciatoia. È una presa di posizione che espone il cinema al rischio di sostituirsi al tempo dell’esperienza. La forma si fa carico del limite e lo attraversa, ma nel farlo chiude ciò che in Hamnet restava esposto.

Il corpo non resta.
Viene accompagnato fuori dalla soglia.

Ed è in questo accompagnamento che il film trova la sua forza e la sua ambiguità. Perché la forma che chiude non è una forma cinica. È una forma che si prende cura. Ma prendersi cura, qui, significa decidere quando l’esposizione deve finire.

Il disagio che Hamnet e La Grazia mettono in campo non nasce dai temi che affrontano, ma dal modo in cui il cinema decide di stare davanti a ciò che non si lascia governare. Entrambi i film arrivano a toccare un limite reale. Ed è proprio lì che mostrano non solo una scelta estetica, ma una postura dell’immagine.

In Hamnet il cinema accetta di non intervenire. Rimane accanto alla perdita, ne sostiene la durata, rinuncia a trasformarla in passaggio. Questo gesto ha una forza radicale, perché rifiuta di decidere al posto dell’esperienza. Ma nel tempo espone anche un rischio silenzioso: che il restare diventi una forma riconoscibile, che la sospensione trovi una stabilità, che l’apertura smetta di fare attrito. Il cinema non chiude, ma rischia di abituarsi alla propria rinuncia.

In La Grazia il movimento è opposto. Il cinema non accetta di restare nella durata quando il corpo non regge più. Interviene. Decide. Si assume il compito di condurre la fine verso una forma che possa essere guardata. Anche questo gesto è potente, perché non delega allo spettatore il peso della decisione. Ma porta con sé un’altra possibilità problematica: che la forma si sostituisca all’esperienza, che la chiusura alleggerisca troppo in fretta il peso del non sapere.

Il punto scomodo è che entrambe queste posture possono diventare rassicuranti.
Il restare quando smette di interrogarsi.
La chiusura, quando si presenta come cura.

È qui che il cinema contemporaneo incontra una soglia che non può essere attraversata una volta per tutte. Restare senza mettere in crisi la permanenza. Chiudere senza assumere il prezzo della forma. In entrambi i casi, qualcosa si perde.

La forza più rara del cinema non sta in una scelta definitiva, ma nello spazio instabile che separa queste due tentazioni. Uno spazio in cui l’immagine non coincide ancora con una postura riconoscibile. In cui il corpo non è lasciato solo nella durata, ma nemmeno accompagnato fuori dall’esperienza. In cui la forma non consola, ma il restare non diventa rifugio.

È uno spazio difficile da sostenere.
Non offre protezione.
Non promette soluzioni.

Eppure, è proprio questo spazio che oggi diventa necessario. In un tempo che chiede decisioni rapide, procedure chiare, deleghe continue, il cinema può scegliere se farsi carico della complessità fino a chiuderla o se restare abbastanza a lungo da non tradirla. Ma può anche fare un gesto più fragile e più esigente: non stabilizzarsi. Non decidere al posto dell’esperienza e non restare al posto dell’esperienza.

Lasciare che l’immagine continui a esercitare una pressione reale, senza trasformarla subito in forma e senza neutralizzarla nella durata. Restare davanti a ciò che accade, abbastanza a lungo da non poterlo più delegare.

È forse qui, in questa esposizione non pacificata, che il cinema torna a essere un luogo di relazione. Non perché offre una risposta, ma perché impedisce che la domanda venga chiusa troppo in fretta.

Questo cinema nasce in un momento paradossale.

Mentre le sale si svuotano, le immagini si moltiplicano. L’esperienza collettiva si indebolisce, il consumo individuale diventa continuo. L’accesso sembra infinito, ma il tempo dell’esperienza si contrae.

Non è un caso.

In questo contesto, film come Hamnet e La Grazia non occupano una posizione centrale. Non lo hanno mai fatto, e forse non potrebbero farlo. Il loro spazio non è quello della quantità, ma quello della necessità. Non competono sul terreno dell’ottimizzazione, perché non si lasciano normalizzare.

Non funzionano bene in un regime che chiede continuità, trattenimento, sostituzione rapida. Chiedono tempo. Chiedono presenza. Chiedono una disponibilità che oggi appare improduttiva.

Per questo la chiusura delle sale non è solo un fatto economico. È il segno di una trasformazione più profonda: la perdita di luoghi in cui restare insieme davanti a qualcosa che non intrattiene. E proprio per questo, ogni spazio che resiste – una sala, un festival, una proiezione-evento – smette di essere solo un luogo di fruizione e diventa un accadimento. Un punto in cui l’immagine non è accesso continuo, ma incontro.

Questo cinema non offre un’alternativa al mercato.
Ne rende visibile il limite.

Dal punto di vista della produzione è fragile.
Dal punto di vista dell’esperienza è indispensabile.

Non perché salvi il cinema, ma perché impedisce che il cinema coincida del tutto con il consumo audiovisivo. Mantiene aperta una domanda che non può essere risolta né accelerata: che cosa accade quando un’immagine non ci accompagna, non ci consola, non decide al posto nostro?

Questa domanda non è facilmente monetizzabile.
Ed è proprio per questo che resta viva.

Forse questo cinema non deve chiedersi come sopravvivere.
Forse deve accettare di abitare una posizione minoritaria, intermittente, non garantita. Come il corpo che resta. Come il gesto che chiude, ma solo per mostrarne il prezzo.

In un tempo in cui tutto tende a essere disponibile, questo cinema sceglie di essere esigente. Non chiede fedeltà. Chiede presenza. Non si oppone al flusso, ma crea punti in cui il flusso rallenta. Luoghi – reali o temporanei – in cui l’immagine torna a essere un passaggio rischioso, non un automatismo.

Non una soluzione.
Un limite visibile.

E finché questo limite resta percepibile, il cinema non è del tutto chiuso.

 

 

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