Perchè la Biennale di Venezia è sempre una grande e preziosa fortuna

DI ROBERTA MELASECCA

Se davvero l’arte è interprete del reale, della realtà perché forgiata dalle mani di donne e uomini, gli artisti, che vivono nel loro tempo presente e contemporaneo, se è vero che ogni idea, visione, pensiero, credo ha origine dalla nostra cultura, dal nostro vissuto, dalle relazioni tra noi e la società in cui siamo immersi, allora non deve sembrarci strano che a Venezia, nella 61° Biennale,  l’arte non si sia occupata di decorazione e problemi puramente estetici ma abbia preso posizione sulle situazioni sociali, politiche, economiche e culturali del nostro momento storico.

Padiglione Austria

Forse è una mia considerazione personale ma l’arte non è per me decorazione o decorativismo, come l’architettura non è ornamento. E sono d’accordo anche con Federico Ferrari per cui l’arte non è certamente universale: «Non è vero che l’arte è una lingua comune, una lingua universale. L’arte è una lingua che non ha mai una misura comune. E in effetti è precisamente attraverso quest’estraneità, quest’incommensurabilità, che essa crea il comune, quel che è comune. L’arte non è il linguaggio comune: lo crea, è la creazione di un linguaggio. E lo crea perché rinvia ogni linguaggio a una singolarità assoluta, a un’esistenza, a quel che è sempre fuori del suo essere. Quando l’arte s’indirizza mette ogni linguaggio fuori di sé, e in questo modo mette in comunicazione dei monolinguismi, delle solitudini, delle monadi. L’arte è questo linguaggio che non è di nessuno – il più solitario dei linguaggi – ma che ci mette in comune, che ci fa amare, che ci tocca e sconvolge la nostra solitudine.»

L’arte non è dunque un linguaggio comune ma lo crea rinviando ogni linguaggio a una singolarità assoluta. Se guardiamo da questa prospettiva, tentando di disancorarci dai globalismi, allora la presenza dei Padiglioni Nazionali alla Biennale risulta di grande interesse proprio perché in un sol luogo, Venezia, ognuno di noi ha l’opportunità meravigliosa di entrare in contatto con le ricerche artistiche di ogni paese del mondo, ognuno con le sue particolarità, le sue ricchezze e le sue problematiche. Una full immersion dove tutto risulta assolutamente differente e non omologato in uno stesso sistema. Per questo credo che la struttura della Biennale, tra Padiglione affidato al curatore e Padiglioni Nazionali, sia un’occasione mai da perdere. Dopotutto quando capita di poter vedere in una sola città una molteplicità di progetti artistici provenienti dai luoghi più disparati, senza essere costretti a viaggiare fino ai confini della Terra?

Le ricerche osservate ed esperite nei diversi Padiglioni Nazionali hanno portato alla nostra attenzione diversi temi e problematiche – ambientali, di discriminazioni sociali ed economiche, relazionali, intime o collettive – ma anche riti e rituali, considerazioni sulla vita e sulla morte, sulla permanenza e sulla nostra estinzione. Tutte tematiche che non affronta solo l’arte nello specifico ma, ad esempio, anche il cinema. Sì il cinema: dopo aver visionato oltre 2500 film, provenienti da tutti i paesi nei vari continenti, candidati ad un festival che avrà inizio a breve a Roma, ho riscontrato che due principalmente sono le riflessioni che animano le opere di oggi: il nostro rapporto con la vita e la morte – attraverso guerra e malattia – e l’indagine interiore attraverso la trattazione del disagio psicologico e sociale, personale e collettivo.

Ogni artista sviluppa le proprie relazioni con questi due grandi filoni in modo assolutamente indipendente e personale, ognuno all’interno del proprio sistema culturale. Ne derivano opere più intimistiche, altre più audaci, alcune stratificate, altre di deciso impatto visivo, alcune più poetiche, altre di estrema denuncia. Non concordo sull’osservazione attuale che l’arte abbia perso il coraggio di dire. Si può dire in tanti modi: chi siamo noi per giudicare chi sia migliore di un altro?

Ecco quindi che ho apprezzato sia le performance ad alta concentrazione energetica del Padiglione dell’Austria, così come le installazioni più effimere in filo di seta del Padiglione dell’India.

Le passo brevemente in rassegna: non tutte ma una selezione di quelle a mio avviso più efficaci ognuna nel suo genere (sia in positivo e sia in negativo, alcune non le presento perché poco mi hanno raccontato).

Il Padiglione curatoriale di Koyo Kouoh. Voto 7

È una mostra che prosegue senza dubbio quella del 2024 ma prende anche spunto dall’edizione 2022. In Minor Keys, come scrive la curatrice, rappresenta gli indizi di una mostra, sintonizzata sulle tonalità minori: una mostra che invita ad ascoltare i segnali persistenti della terra e della vita, in connessione con le frequenze dell’anima. Se nella musica le tonalità minori sono spesso associate alla stranezza, alla malinconia e al dolore, qui si manifestano anche nella loro gioia, consolazione, speranza e trascendenza. E in effetti i 109 partecipanti provenienti principalmente da Africa e America, con qualche deviazione in Europa, presentano ricerche territoriali che evidenziano problematiche sociali, culturali e politiche. Ma il sottofondo non rimane negativo. Tutt’altro. Una sorta di speranza sommessa pervade. La curatrice scrive di avere grande fiducia negli artisti quali interpreti della realtà in cui tutti noi viviamo. Anche io ci credo fortemente. Tra opere maggiormente riuscite ed altre che mi hanno totalmente disinteressato, il sistema generale possiede una narrazione coerente e articolata, ma, di certo, in diverse occasioni non mi sono proprio sembrate “tonalità minori”. Le opere sono lontane da intelligenze artificiali e virtuosismi tecnologici (non mancano installazioni multimediali e di videoarte, seppur in numero minore rispetto ad altre biennali) per riportare alla luce la manualità e la gestualità di saperi remoti e attuali: caratteri diffusi anche in molti padiglioni nazionali che hanno voluto così recepire l’invito della curatrice. 

Padiglione Arabia Saudita. Voto 7+

Affidato all’artista Dana Awartani, il progetto è un grande pavimento a mosaico che rappresenta motivi decorativi di molti siti storici del mondo arabo minacciati da guerra e violenze: migliaia di tessere realizzate a mano con fanghi e argille naturali di varie tonalità, in collaborazione con maestri artigiani provenienti dall’Afghanistan e dall’Asia meridionale. L’artista è qui il custode della propria eredità culturale, delle proprie radici, di una storia collettiva, per non portarla all’estremo oblio. 

 

Padiglione Austria. Voto 8

Di certo ha fatto scalpore ma conoscendo il lavoro di Florentina Holzinger possiamo tranquillamente asserire che le performance presentate a Venezia sono le più tranquille appartenenti alla sua ricerca. Al centro del Padiglione c’è l’acqua che diviene metafora del nostro rapporto con l’ambiente e la vita. Abbiamo depauperato fino all’estremo le risorse a noi affidate ed ora non ci rimane che vivere utilizzando e spremendo i rifiuti, intossicandoci con i prodotti e gli scarti delle nostre tecnologie, portando lo stesso nostro corpo al limite delle possibilità, fino alla nostra definitiva estinzione. Potremo mai espiare i nostri peccati? Forse no. 


Padiglione Belgio
. Voto 7+

Linguaggio e musica si integrano con una serie di parole di gesso trasportate, passate di mano, trascinate, spezzate da figure che cantano e cercano un senso all’interno dei frammenti. Miet Warlop sparge le parole su delle tribune: come resti di un muro di preghiera o di una macchina per il karaoke di una civiltà scomparsa, attendono nuove voci in cerca di una connessione umana. Come non pensare al non senso delle parole pronunciate in questo momento storico da ognuno di noi, dalle istituzioni, dal sistema culturale, dai giovani, dai meno giovani, dalla stampa, dalla politica, dai tanti mondi che gravitano intorno all’informazione e alle narrazioni? 


Padiglione Brasile. Voto 6+

Il Brasile, proponendo il lavoro di due artiste, Rosana Paulino e Adriana Varejão, si concentra sulla riscrittura performativa di storie coloniali, evocando l’energia di una pianta molto diffusa che dà il nome alla mostra, Comigo ninguém pode. È una riflessione sulla possibilità di scorgere il trascendente nel visibile attraverso dipinti, sculture e disegni che possano generare un immaginario pubblico, riconfigurando le ferite coloniali attraverso esseri fantastici e magici. 

 

Padiglione Egitto. Voto 6+

Un invito a rallentare e a mettersi in connessione con l’impercettibile, con la vita interiore delle opere, masse granitiche che sembrano custodire memorie geologiche e umane. Non è stato uno dei miei preferiti ma l’impatto visivo ed emozionale è intenso per chi ha maggiore propensione alla meditazione. 

 

Padiglione Francia. Voto 7

La Francia punta sui pianeti, punta su Saturno per riflettere sull’instabilità del nostro mondo. L’artista Yto Barrada delinea diversi strati e ambienti: una parte di forme sospese, una sala dedicata a Saturno con pesanti volumi materici e zone dove le machine si bloccano e i gesti si reiterano. L’artista evoca la duplice natura di Saturno: il mito che divora i propri figli rappresentato dalla materia tessile che qui viene erosa dall’acido, e il pianeta che governa il temperamento artistico, strumento di sopravvivenza poetica.

 

Padiglione Germania. Voto 7+

La Germania indaga i vuoti storici e avvolge la facciata neoclassica del Padiglione ai Giardini con il grande mosaico trompe-l’oeil di Sung Tieu che ricorda i resti di un edificio prefabbricato in Gehrenseestraße a Berlino, casa d’infanzia dell’artista e fulcro abitativo per i lavoratori vietnamiti giunti nella DDR con programmi governativi. Dentro il padiglione l’artista Henrike Naumann si concentra sul rapporto tra politica, gusto ed estetica quotidiana, quasi affermando come l’estetica della ex Germania Est permanga sempre come un confine interiore mai del tutto superato. 

 

Padiglione Giappone. Voto 7-

È il divertissement della Biennale. Il lavoro nasce dall’esperienza dell’artista e genitore queer di due gemelli e si concretizza in 200 bambole sparse per tutto il padiglione. I visitatori sono così invitati a prendere in braccio i bambolotti e iniziare un percorso di accudimento che va dal cambio pannolino al biberon, ricevendo poi in cambio una poesia unica legata a date storiche di guerra, emancipazione e lotte delle comunità minoritarie. Io non ho voluto partecipare, ho dato spazio ad altri: i miei 3 figli sono stati già abbastanza.

 

Padiglione India. Voto 7

La casa è il punto di partenza: casa come struttura mobile, coincidente con i mutamenti della vita che diventa una foresta di bambù oppure una dimora di fiori di cartapesta oppure flebili ed eterei attraversamenti in filo di seta. Cosa rimane di noi, delle nostre metamorfosi? Le tre ricerche risultano poco connesse tra loro ma l’installazione in filo di seta è in ogni caso esteticamente meravigliosa.

 

Padiglione Israele. Voto: Nessuno.

Premetto che, dato quanto sta accadendo nel mondo e la condanna unanime di genocidio nei confronti di Israele, l’artista israeliano avrebbe dovuto fare un passo indietro e chiedere scusa anche per una colpa non sua. Io lo avrei fatto se fossi stata israeliana, avrei chiesto perdono e mi sarei ritirata. Belu-Simion Făinaru presenta invece un’installazione non certo degna delle ricerche di precedenti artisti israeliani che hanno abitato il padiglione, quest’anno non ai Giardini bensì all’Arsenale. La rappresentazione del latte nero che congiunge morte e vita, materia e spirito è stata per me di cattivo gusto e di scarsa qualità. Il nulla artistico per mettere una pezza dove nulla potrebbe farlo.

Padiglione Italia. Voto 8

Con te con tutto. Curato da Cecilia Canziani, il Padiglione Italia si concentra sulla ricerca artistica di Chiara Camoni, fondata su un approccio corale e collettivo che coinvolge altri artisti e le comunità. La prima tesa è abitata da una foresta di presenze in penombra, 24 sculture che contengono elementi di natura vegetale, come piante e fiori, o artificiale come plastiche, detriti ed oggetti. Nella seconda tesa l’artista disegna un mondo in costruzione dove le opere lasciano la dimensione domestica e si aprono a una pubblica. Impressione sincera: le opere nella prima tesa hanno un grande fascino metaforico riflettendo la disaggregazione e aggregazione di cui noi stessi siamo scomposti e composti. Profumano di verità. La seconda tesa è criptica e non di facile lettura: occorre più di una visita per comprendere tutti gli elementi, i quali, tuttavia, ad uno studio più attento, mostrano una maggiore voglia di sperimentazione e di narrazione aperta. E quindi, anche questa parte per me è stata convincente perché un’artista ha sempre le sue dimensioni in divenire e la ricerca è sempre lì che tenta di fare dei passi per scorgere quello che è difficile percepire. L’instabile transitorietà della nostra esistenza non può non spalmarsi a terra. 

 

Padiglione Spagna. Voto 7+

Oriol Vilanova struttura il progetto del padiglione attraverso una continua e quasi ossessiva attività di raccolta di cartoline di oltre vent’anni tra mercatini e negozi dell’usato, residui di esperienza vissuta, con le quali riveste totalmente le pareti del padiglione. Non posso negare che la visita da parte mia di questa installazione è stata preceduta da una specie di sogno premonitore nel quale io, incontrando tanti artisti, chiedevo ad ognuno un’opera in formato cartolina. Ecco, non so quale sia il legame tra il mio sogno e questa installazione. So che la memoria valica i tempi e gli spazi e qualcosa di interconnesso esiste nel mondo.

 

Federazione Russa. Voto: Nessuno.

La presenza della Russia, pur per soli tre giorni, ha dato avvio a tutte le critiche, dichiarazioni, dimissioni varie e manifestazioni avvenute e in corso, di cui non ho voglia di parlare per non alimentare ulteriori polemiche. L’unica cosa che mi preme dire è che di fronte alla situazione geopolitica nella quale il tuo paese è incriminato per gravi crimini di guerra, tu artista non puoi presentarti in Biennale parlando di albero della vita e proponendo performance musicali come se nulla fosse.

Padiglione Stati Uniti. Voto 3

Gli Stati Uniti si sono boicottati da soli presentando una serie di sculture di Alma Allen, alcune di una monumentalità quasi fastidiosa, poggiate qua e là nel padiglione, praticamente sempre deserto. Ben gli sta.

 

Purtroppo, a causa delle troppe file, non sono riuscita a vedere il Padiglione della Santa Sede al Giardino Segreto e al Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, a cura di Obrist: un progetto ispirato alla vita di Santa Ildegarda di Bingen, badessa, compositrice, guaritrice e visionaria dell’XI secolo. Il padiglione propone un percorso di ascolto e contemplazione: per Ildegarda, infatti, il suono era conoscenza, ponte tra corpo e mondo. Di sicuro da vedere, magari prenotando per evitare che vi accada quanto è successo a me.

In conclusione. Ogni Biennale aggiunge riflessioni interessanti a quello che è non solo il nostro modo di vivere l’arte ma la vita stessa, le nostre relazioni con gli altri, con la società, con la nostra dimensione personale e collettiva e il nostro ruolo di cittadini.

Consiglio. Sì consiglio a tutti di andare a vedere la 61° Biennale Arte di Venezia, proprio per la possibilità che essa dà di guardare le cose da prospettive diversificate, altre, alternative al nostro modo consono di osservare l’intorno a noi.

Forse a volte occorre proprio questo: guardare da un lato mai sperimentato anche le stesse cose che facciamo e vediamo ogni giorno.

Ne risulterà che anche noi ci ritroveremo a pensare mondi nuovi e non per forza in tono minore.

G-66PL6CNJ8R