C’è una figura che si presenta alla platea senza chiedere permesso: Frida Kahlo. Non quella ridotta a stampa da souvenir o a immagine di tazza, ma la Frida viva, ferita, politica — la donna che ha trasformato dolore, disabilità, identità e desiderio in lingua visibile e urlo di libertà. In un tempo che continua a zoppicare nel riconoscere la vulnerabilità come forza, lo spettacolo FRIDA OPERA MUSICAL (13-23 novembre, Teatro Brancaccio, Roma) appare come un’occasione di riscrittura: una convocazione a guardare di nuovo, e a vedersi dentro quel guardare.
Frida è la voce che arriva da un corpo segnato, da un’identità che non si rassegna. È la madre di ogni riscrittura: corpospezzato, amore non conforme, autodeterminazione che non attende il permesso. Ma può un musical italiano nel 2025 accogliere tutta questa urgenza? Può la scena contenere chi da sempre si è rifiutato di essere contenuto?
Ogni volta che saliamo sul palcoscenico di Frida, ci imbattiamo in due insidie: quella dell’agiografia — farne la santa laica del dolore — e quella dell’appropriazione — staccarla dal suo contesto messicano, indigena, rivoluzionario, per convertirla in icona neutra, universale e quindi svuotata. Questa edizione nasce in collaborazione con il Museo Frida Kahlo “Casa Azul” e il Museo Diego Rivera Anahuacalli di Città del Messico, un gesto istituzionale che promette autenticità — ma non sostituisce la necessità della complessità.
La domanda centrale resta: come si racconta Frida senza ridurla? Come si mette in scena un corpo segnato dalla poliomielite, un corpo spezzato da un incidente, attraversato da aborti e operazioni — senza farne né spettacolo della ferita né metafora consolatoria?
La Frida di scena è interpretata da Federica Butera, affiancata da Drusilla Foer nel ruolo de La Catrina — la morte che danza, ride, seduce — e dallo stesso regista e autore Andrea Ortis nei panni di Diego Rivera. Questa triangolazione — Frida, la morte, l’amore — struttura lo spettacolo, ma apre anche all’ombra del limite. Perché se Frida viene sempre definita in relazione a Diego, rischiamo di ricadere nello sguardo patriarcale che lei stessa ha combattuto.
Il corpo — in Frida — non è solo metafora. È resistenza, identità, urlo. Il suo corpo disabile è stato manifesto politico: le protesi ortopediche, la colonna vertebrale spezzata, il corsetto che teneva insieme la carne e la volontà. Ha incarnato quella che oggi chiameremmo “crip aesthetics” prima che esistesse il termine. Come traduce tutto questo una produzione italiana nel 2025? Le coreografie di Marco Bebbu e la direzione musicale di Vincenzo Incenzo si confrontano con una verità scomoda: la danza di un corpo che non danza facilmente, il canto di una voce nata dal dolore cronico. Se lo spettacolo sceglie i corpi normati che recitano la disabilità anziché incarnarla, tradisce l’essenza di Frida: che il corpo non conforme non va “rappresentato”, va “presente”. Non sappiamo ancora se questo musical farà davvero quella scelta. Ma è la domanda che dobbiamo portare in platea.
La presentazione recita: “Il suo amore smisurato e imperfetto per Diego Rivera è il cuore pulsante della narrazione”. E qui cogliamo il nodo. Frida Kahlo non è stata solo la moglie di Diego Rivera: è stata militante comunista, amante di Trotsky e di Josephine Baker, artista che ha fatto del proprio corpo queer un territorio politico molto prima che ci fosse linguaggio per raccontarlo. Tuttavia, la storia torna decennio dopo decennio sempre a Diego. È possibile raccontare Frida senza Diego? Forse no. Ma è possibile decentrarlo: farlo uno dei personaggi, non l’asse attorno al quale tutto ruota. Un musical femminista su Frida Kahlo dovrebbe avere il coraggio di farla esistere non nonostante Diego, ma senza che sia definita da lui. Mostrare le sue amanti donne, il suo erotismo fluido, la sua relazione con il corpo come gesto politico autonomo. Se Andrea Ortis ha davvero capito Frida, farà di Diego un satellite — non il sole.
La presenza de La Catrina, incarnata da Drusilla Foer, è forse la mossa più interessante: affidare il simbolo della morte messicana a un’artista che ha fatto della propria identità genderfluid un atto performativo e politico. La Catrina — dama scheletro che ride del potere, dell’élite, della morte stessa — è figura sovversiva nella cultura mexicana: la morte che non spaventa perché è già parte della vita. Se Foer riuscirà a incarnare questa complessità, se la regia saprà renderla più che un simbolo folklorico e ne farà il doppio liberatorio di Frida — quella parte che sapeva che morire è politico quanto vivere — allora questo musical potrà davvero dirci qualcosa di nuovo.
Perché torniamo a Frida Kahlo? Perché nel 2025 un teatro romano si riempie per vedere la sua storia? Non è nostalgia. Non è esotismo. È qualcosa di più urgente: cerchiamo in Frida il permesso di esistere senza essere riparati. In un’epoca ossessionata dal “superare” la disabilità, dal “nonostante tutto”, dal bodypositivity che spesso significa “anche tu puoi essere bella se ti impegni”, Frida ci ricorda che il corpo rotto non va superato. Va abitato. Va dipinto. Va amato con le cicatrici, i limiti, l’imperfezione costitutiva. Frida non ha mai finto di essere intera. Ha fatto dell’essere spezzata la sua firma artistica e politica. Ha detto: «Questo sono io, prendetemi così o non prendetemi affatto». E nel farlo anticipò — di decenni — ciò che sarebbe diventato il movimento dei diritti delle persone con disabilità, il femminismo intersezionale, la teoria queer.
Un musical su Frida Kahlo porta con sé una responsabilità enorme. Non basta mettere in scena la sofferenza — il teatro è già pieno di martirologi. Non basta celebrare la “forza” — quella retorica della resilienza che scarica sul soggetto il peso del mondo che rifiuta di cambiare. Serve mostrare che Frida ha fatto della vulnerabilità uno strumento politico, che l’arte le ha permesso di dire ciò che il linguaggio normativo non poteva nominare. Serve che il suo autoritratto non sia narcisismo, ma necessità: «Mi dipingo perché sono spesso sola e perché sono il soggetto che conosco meglio». Serve che comprendiamo che quando dipingeva la colonna vertebrale spezzata come una colonna greca in rovina, non chiedeva pietà: reclamava il diritto di guardarsi, di nominarsi, di esistere alle proprie condizioni.
Se FRIDA OPERA MUSICAL riuscirà a restituirci questo sguardo — se ci farà uscire non con lacrime di commozione ma con la rabbia della consapevolezza — allora sarà stato un atto politico, non solo uno spettacolo. Allora seduti in platea verremo chiamati a testimoniare.
INFO
FRIDA OPERA MUSICAL
Teatro Brancaccio, Roma | 13-23 novembre 2025
Regia: Andrea Ortis | Con: Federica Butera, Drusilla Foer, Andrea Ortis
Produzione: MIC International Company
Biglietti: teatrobrancaccio.it