Viviamo in un’era pornografica (e questa non è una recensione della Quadriennale)

DI ROBERTA MELASECCA

 

Viviamo in un’era pornografica, nel senso più etimologico di questa parola. Le parole sono sempre state la mia passione e ogni parola parla di se stessa, parla a chi vuole ascoltare, a chi si interroga, a chi non si accontenta della superficie.

Pornografia è parola derivante dal greco, tanto odiato durante i miei studi classici, tanto amato in seguito perché rivela l’essenza delle cose nella sua estrema complessità e variabilità. Pornografia è composta da due parole: il verbo περνημι che si può tradurre con ‘vendere’ e il sostantivo γραφή, ovvero ‘disegno’ o ‘scritto’.

E dunque viviamo in un’era pornografica dove tutto è in vendita: è in vendita il dolore, è in vendita la morte, è in vendita la vita, sono in vendita le notizie e le informazioni. E la vendita è andata oltre: ora tutto è in sconto, a prezzi stracciati, a disposizione di chiunque, alla mercè di ogni pensiero e di ogni impressione, inerme, abbandonato, pronto ad essere preso e trasformato dalla nostra incapacità e dalle stesse risultanze di questo periodo storico.

Un primo effetto di questo tempo pornografico è l’anestetizzazione, come ben dichiarato da Byung-chul Han nel saggio La società senza dolore: l’imperversare di immagini di dolore, morte, fame, desolazione, guerra, anziché portare tutti noi ad un esame di coscienza e ad un cambiamento effettivo e fattivo, ci conduce, attraverso lo scroll infinito, ad un cuore insensibile, sempre più lontano dalla vita vera, dalla realtà. L’anestesia permanente nella società palliativa derealizza il mondo. A volte tentiamo di uscire da tale situazione, tentiamo di opporci, attraverso la denuncia, lo sdegno, ma nulla sembra modificare la condizione del mondo in svendita. La guerra rimane lontana, non tocca le nostre vite, non uccide i nostri cari, non distrugge le nostre case. Proviamo ad alzare il capo ma poi, ad un certo punto, ci diciamo: la vita deve andare avanti. E continuiamo.

Un secondo effetto di questa era pornografica è la perdita completa e assoluta del tempo dell’attesa. Di fronte ad accadimenti di qualsiasi genere e tipo, l’incapacità di attendere impone la parola immediata, senza riflessione, senza che essa possa transitare e rimanere in noi e possa diventare un pensiero ragionato, meditato, stratificato da un processo. Per ogni cosa che accade, siamo chiamati (da noi stessi) ad avere un’opinione, immediata, subitanea, istantanea, che vomitiamo addosso al mondo e a noi. Anche quando andiamo a visitare una mostra, ecco che ci sentiamo in diritto e in dovere di esprimere un giudizio, senza aver atteso che quanto visto possa generare un pensiero più complesso. Ieri sono andata a vedere la Quadriennale: mi piacerebbe scrivere qualcosa al riguardo, ma attendo, attendo che in me qualcosa accada e che tutto quello che io sono elabori.

Il terzo effetto di questo tempo pornografico è la paura di se stessi e di conseguenza la paura dell’altro, paura dei sentimenti che proviamo, timore che essi possano essere fonte di dolore, paura che ogni sentimento ci metta di fronte al vero di noi, dal quale non possiamo mai fuggire. E allora, ecco che vengono coniate le più diverse definizioni: relazione aperta, relazione non seria, relazione di sesso, relazione platonica. Il ti amo viene spodestato dal ti voglio bene. Le emozioni perdono colore, sapore, diventano un po’ più scialbe, un po’ più piatte, un po’ più sicure. Non prendiamo più la vita a morsi ma rimaniamo a guardare, fuori.

Il quarto effetto di questa era pornografica è il fattismoatuttiicosti: so bene che questa parola non esiste, ma oggi la invento io, perché uno degli effetti di questo tempo pornografico è il fare tutto a tutti i costi, fare qualsiasi cosa, fare in modo continuativo, senza sosta, fare, fare, fare, produrre, produrre, produrre. Anche io ne sono stata affetta. Facciamo per essere, facciamo per dimostrare, facciamo per dimenticare, facciamo pensando che il fare sia l’unico modo per contribuire alla non disfatta di questo mondo alla deriva.

Il quinto effetto di questo tempo pornografico, legato al terzo, è la solitudine. Mi piace vivere da solo, mi piace stare da solo: la solitudine diventa la tachipirina del secolo, il rimedio all’incapacità di essere se stessi in mezzo agli altri, nel timore di perdere qualcosa o qualcuno (principalmente noi stessi e quello che abbiamo conquistato). La solitudine ci permette di donare quanto basta, di amare quanto basta, di essere quanto basta. La solitudine anestetizza le nostre emozioni e i nostri sentimenti e, dopo un po’, non possiamo più far nulla, entriamo in una spirale senza ritorno, senza possibilità, senza alternative.

Il sesto effetto di questa era pornografica è la perdita della responsabilità delle nostre azioni. Siamo diventati incapaci di comprendere che ogni azione produce delle conseguenze. Questa condizione impone un sistema sempre più repressivo e sempre meno educativo: è un cerchio infinito, dove non c’è capo e non c’è coda, dove il cane si morde la coda. Basta vedere la scuola italiana, dove i giovani studenti non sono più capaci di capire che ogni azione indica una precisa responsabilità e, di conseguenza, i docenti diventano incapaci di trovare nuovi sistemi di educazione e comunicazione, applicando solo sistemi repressivi e castigativi. Quando potrebbe essere sufficiente smettere per un attimo i ruoli societari, guardarsi negli occhi e riscoprirsi donne e uomini del nostro tempo. Basta vedere un telegiornale, ascoltare le tante notizie di omicidi per rendersi conto che nel 99% dei casi le azioni non comprendono le responsabilità di ognuna di esse. Non pensavo, non volevo, non immaginavo. La perdita di responsabilità astrae noi stessi dalla realtà che viviamo.

Il settimo effetto di questo tempo pornografico è la gelosia, o meglio, il timore che qualcuno spodesti il nostro ruolo e il nostro posto e ci tolga dall’attenzione che abbiamo costruito su noi stessi con tanta fatica. La gelosia racconta di un mondo che ognuno di noi costruisce intorno a se stesso e nel quale è assente l’unica vera protagonista di ogni storia: la comunità. Perdere il senso della collettività ci conduce ad una visione sempre più univoca e personalistica della vita, per la quale qualunque cosa, essere o persona nasce e vive per noi e solo per noi. Il bene collettivo non è più il fine delle nostre azioni e dei nostri intendimenti.

L’ottavo effetto di questa era pornografica è non relativizzare gli accadimenti della vita: ogni cosa diventa una questione di vita e di morte, anche quelle situazioni che effettivamente non comportano decidere la vita e la morte di qualcuno. Di fronte a questo assunto tutto può essere sacrificato, ogni rapporto personale, ogni rapporto professionale, ogni parola, ogni scelta. Tutto sale nel patibolo e noi, su di esso, poniamo le nostre immolazioni, e non scenderà nessun angelo a fermare il martirio di isacco.

Il nono effetto di questo tempo pornografico è il tempo. Non abbiamo più tempo, tutto corre velocemente. Siamo costantemente alla ricerca, intenti a raggiungere gli obiettivi che ci siamo proposti e in questa maratona sgomitiamo e diamo calci, agli altri accanto a noi, e beviamo acqua inquinata, pensando di rinfrancarci, e mangiamo cibo di plastica in un’era di plastica. E intanto arriva la morte, impetuosa e implacabile e la guardiamo così, come se non facesse parte della vita stessa, come se non fosse parte di noi e della nostra corruttibile carne. E allora desideriamo vivere per sempre. Ma il per sempre ci spaventa, forse di più.

Il decimo effetto è quello che scriverò domani, quando deciderò che è arrivato il tempo di tornare a scrivere, di arte, di mostre, di artisti, di me, di te, del tempo, quando riconoscerò l’ineluttabilità del tempo che vivo, che non esiste un modo giusto o sbagliato per vivere questa vita, me ne farò una ragione e tornerò ad avere speranza.

E allora riporto solo le ultime parole del film Frankenstein di Guillermo del Toro: mentre sei in vita, cosa altro potresti fare se non vivere? Vivi.

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