Padiglione Santa Sede. Spazio, potere e patrimonio: eterotopie e pratiche di resistenza

DI MANUEL CANELLES

 

La proposta curatoriale della Santa Sede alla Biennale Architettura 2025, promossa dal Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, Cardinale José Tolentino de Mendonça e affidata al pensiero curatoriale di Marina Otero Verzier e Giovanna Zabotti, si configura come un atto profondamente politico e relazionale, che si inserisce nelle pieghe simboliche e sociali di Venezia. Ledificio, un tempo ospizio e poi ludoteca, si trasforma in un cantiere di relazioni e possibilità: non oggetto architettonico finito, ma spazio vivo, in continua negoziazione. La sua riapertura diventa un gesto di riconsegna, capace di attivare nuove forme di appartenenza e di ascolto. Insomma, un progetto che tenta di non imporsi, ma si lascia attraversare riconoscendo -almeno nelle intenzioni- la complessità del contesto veneziano, segnato da appropriazioni storiche e tensioni contemporanee tra il concetto dell’abitare e quello del consumare. Una sorta di dispositivo immersivo e situato, dunque, teso a promuovere l’architettura come processo di cura e condivisione.

Tra le dichiarazioni curatoriali certamente l’idea di una comunità non pensata come entità fissa, ma come trama in divenire, attraversata cioè da soggetti eterogenei e pratiche resistenti alla mercificazione dello spazio; uncantiere di ascolto”, un luogo di negoziazione, non di sintesi, di co-costruzione, non di imposizione, capace di configurarsi in strumento di rovesciamento delle gerarchie tradizionali. Insomma, una piattaforma sperimentale dove le identità si articolano, i saperi si contaminano e larchitettura si fa veicolo di trasformazione sociale. Ora, è vero, apparentemente lintervento non si impone come imposizione dallalto, ma si insinua tra le pieghe di un tessuto urbano carico di simboli e contraddizioni. Peraltro, la presenza di una curatrice locale, il coinvolgimento delle associazioni e luso dello spazio come piattaforma partecipativa riflettono una volontà di restauro sociale, dove il sapere esperto incontra quello quotidiano e la riapertura dell’edificio, bisogna darne atto, ha certamente in sé la capacità di trasformarsi in una performance di riconsegna che rimette in circolo energie e saperi altrimenti confinati nel silenzio dellabbandono.

Ma può un’intera comunità -al netto della piuttosto facile retorica della cura- ridefinirsi in quanto processo di restauro? Basta questa suggestione ad attivare un reale processo di guarigione collettiva? Oppure -nonostante gli sforzi- la pratica partecipativa rischia di rimanere virtuale e a sopravvivere nella dicotomia tra chi detiene la visione e chi la vive? Tali aspirazioni sono destinate a dissolversi una volta esaurita la contingenza dellintervento? Probabilmente domande da terza media, diremmo noi, posto che il nucleo del problema è un altro (e gli stessi curatori paiono eludere la questione relativa agli sviluppi futuri del progetto, evitando di interrogarsi su ciò che potrà accadere nel medio termine, nell’arco di sei mesi o di un anno) e forse ristagna proprio in quegli stessi spunti metodologici che apparentemente conferiscono ambiguità al progetto ovvero del rapporto tra spazio e potere. Non sarebbe la comunità in quanto tale a costituire il vero oggetto di attenzione, quanto piuttosto lo spazio di eccezione che dovrebbe accoglierla: un luogo pensato per sospendere le logiche dominanti e attivare pratiche alternative di abitare, partecipare e rappresentare. Un laboratorio di restauro partecipato appunto, configurato come pratica politica: non una mera conservazione estetica o tecnica, ma un atto che restituisce agenzia e visibilità a soggetti storicamente marginalizzati o esclusi. Retorica, appunto. O meglio dire -vista la committenza-orazione, che canta lecrepe” del padiglione come simboli di questa dialettica: aperture, spazi di possibilità e non semplici imperfezioni da correggere.

Michel Herzfeld direbbe forse che questo padiglione corre il rischio di incarnare un’intimità culturale, quella particolare forma di vicinanza che è anche mezzo di esclusione e controllo: un legame che riconosce laltro in quanto diverso ma che al contempo lo delimita e lo definisce entro confini che non sempre sono negoziabili. Resta appunto il dubbio: chi definisce i confini della partecipazione comunitaria? Chi viene davvero ascoltato? Forse, sarebbe opportuno mettere noi stessi  in guardia dal trasformare queste micro-resistenze in un folklore addomesticato o in una vetrina” di diversità funzionale allistituzione stessa.

Laurajane Smith, del resto, non avrebbe difficoltà a riconoscere in questo padiglione la manifestazione di ciò che lei definisce lAuthorized Heritage Discourse (AHD), ovvero quel discorso dominante sul patrimonio che si traveste di apertura e inclusione, ma che di fatto continua a riprodurre logiche escludenti e gerarchiche. Anche quando si veste di cura” e partecipazione”, lapparato culturale che sostiene queste operazioni continua a privilegiare una visione normativa del bene culturale: stabilire cosa vale, chi può parlare, quale memoria deve essere salvata, chi ha accesso al processo decisionale.

Ora, nel nostro caso, anche latto di restauro – benché partecipato – potrebbe essere certamente letto come una forma di cura condizionata, una pratica che, pur muovendosi su coordinate dal basso”, non scardina fino in fondo le logiche epistemiche del bene culturale come oggetto da proteggere. Il rischio non è solo che la comunità venga romanticizzata, ma che venga usata come elemento di autenticazione o strumento simbolico di legittimazione istituzionale.  E per lappunto, se il patrimonio non è un oggetto, bensì una pratica sociale, un processo conflittuale attraverso cui si costruiscono significati, identità e rapporti di potere, allora non si può ignorare che ogni intervento – per quanto dichiaratamente inclusivo – agisca dentro un campo già marcato da dinamiche di selezione, esclusione e riconoscimento.  Se è questa la chiave di lettura dellintero progetto, allora possiamo dire che il team spagnolo abbia effettivamente fatto centro. Con un padiglione che in realtà è un campo di produzione culturale, dove si esercita un potere sottile, capace di selezionare narrazioni, includere alcuni soggetti e silenziarne altri, in quanto critica alle dinamiche di produzione culturale. Questo progetto ha insomma fatto centro se mette in discussione lintero apparato di sapere e autorità che definisce cosa è patrimonio e chi ha il diritto di parteciparvi. In mancanza di questo passo, lintervento rischia di trasformarsi in un dispositivo performativo, meraviglioso, suggestivo, elegante e apparentemente progressista, ma perfettamente allineato alla logica dellAHD: selezionare, incorniciare, esibire la partecipazione, senza però decostruire i meccanismi che la rendono necessaria. Solo lungo questa direttiva e attraverso questo prisma critico, crediamo che il padiglione della santa Sede -laboratorio mobile, capace di attivare forme di presenza che superano levento- possa venire in aiuto per leggere la città e le sue contraddizioni.

In questo senso, la posta in gioco non è semplicemente estetica o curatoriale, ma politica: riguarda la capacità di rigenerare legami sociali e di contrastare la deriva individualista e consumistica che tende a disgregare il tessuto urbano e comunitario. Restauro come recupero di senso, appunto.

Spunti bibliografici
Laurajane Smith – Uses of Heritage (Routledge, 2006)
Michael Herzfeld – Cultural Intimacy: Social Poetics in the Nation-State (Routledge, 1997)
Rodney Harrison – Heritage: Critical Approaches (Routledge, 2012)
Salvatore Settis – If Venice Dies (New York Review Books, 2016 – orig. it. Se Venezia muore, Einaudi 2014)
Pietro Meloni – Conservazione e patrimonio. Il restauro come pratica culturale (Aracne, 2010)
Giovanni Kezich, Antonella Talamini, a cura di – Restauri, riti, restauri rituali. Il restauro visto da antropologi, architetti e conservatori (Osiride, 2003)

Nota
Contributo critico di Manuel Canelles a seguito di una conversazione tra Anna Puigjaner, Maria Charneco (MAIO Architects) e l’antropologa culturale Stefania Mastria.

 

 

19° Mostra Internazionale di Architettura La Biennale di Venezia 2025
Padiglione Santa Sede
Opera Aperta
Commissario: Cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede
Curatori: Marina Otero Verzier, Giovanna Zabotti
Espositori: Tatiana Bilbao Estudio, MAIO Architects

Complesso di Santa Maria Ausiliatrice
Castello Fondamenta S. Gioacchin, 450, 30122 Venezia
10 maggio 2025  – 23 novembre 2025
Ingresso gratuito senza prenotazione
Orari: MAR – DOM
10/05 > 28/09: 11.00 – 19.00
29/09 > 23/11: 10.00 – 18.00 

 

Foto: da Dicastero per la Cultura e l’Educazione
https://www.dce.va/it/eventi/2025/biennale-di-venezia-architettura-2025.html

 

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