Arriva una Golf grigia.
Crepuscolo romano, mattoni di India.
Fari SQUARCIANO il calore, il basso PULSA, il vuoto ESPLODE.
Una figura apre appena il baule
è un RAGAZZO? una BESTIA? un DANNATO?
è Sati Veyrunes che già S-B-R-A-N-A l’aria prima ancora che lo sappiamo
si muove come chi non ha dimora
come chi la cerca da sempre
ci FISSA, MISURA, GIRA, ORDINA: “entrate”
non domanda
COMANDA
e noi seguiamo
da qui, indietro non si torna.
Dentro
nudo
luci gelide
silenzio carico di t-e-n-s-i-o-n-e
poi la voce
i muscoli
lo SPUTO
le labbra deformate
la schiena tesa
un maschio che esplode, ride, piange
un MASCHIO che non è uno
è cento
è tutti
è nessuno.
Hope Hunt and the Ascension into Lazarus
non è teatro
è AUTOPSIA
uno SVENTRAMENTO che fa pulsare le budella
e sentire la merda scorrere.
Oona Doherty appartiene al teatro-danza europeo contemporaneo
dove il corpo politico si trasforma in presenza poetica
è una generazione che ha fatto della precarietà un linguaggio
che ha scavato nelle VISCERE di un continente
che puzza-di-fritto
di-sudore-freddo
chavs
neds
smicks
carne da macello sociale che nessuno vuole guardare
lei li OSSERVA
li ANNUSA
li LECCA
non concede pietà
offre fame
sete di verità marcia.
L’Europa post-Brexit:
frontiere interne
classi lavoratrici bianche
straniere in casa propria
Doherty coglie il momento storico
e lo trasforma in materia coreografica
un ATLANTE di gesti
accenti
tic nervosi
ANTROPOLOGIA applicata
ETNOGRAFIA danzata.
Non si ri-assume.
Non si traduce.
Si segue.
Si subisce.
Si a-t-t-r-a-v-e-r-s-a
un organismo che cambia pelle ogni secondo
un ragazzo strafottente
che mastica slang e fast food
RISATA nervosa
CALCIO al vuoto
la fisicità dice
ciò che la lingua non sa
#brama
#rabbia
#vergogna
#desiderio.
Veyrunes non imita
non interpreta
incanala
appunto corpo-canale
disponibile alla POSSESSIONE
crolla
come se il pavimento fosse l’unico alleato
poi si rialza
s-e-m-p-r-e
in bilico tra forza e rovina
danza di tic
scatti
pause improvvise
come il motore della Golf
che non smette di vibrare.
Tecnica che affonda le radici in Pina Bausch
pratiche sciamaniche contemporanee
organismo ARCHIVIO vivente
MEMORIE collettive
TRAUMI generazionali
ogni gesto è STORIA
ogni contrazione è decenni di umiliazioni
ma c’è di più
la trasformazione è sacra
quando si piega
non è solo dolore
è LITURGIA
corpo femminile che incarna il maschile proletario
non drag
transustanziazione
mistero cristiano riletto
dalla lotta di classe
poi –
Tutto cambia
luce bianca
veste chiara
stessa figura
un altro essere
si leva
ma non si purifica
apparizione storta
angelo ferito senza ali
cristo proletario
che RIFIUTA LA RESURREZIONE
non implora salvezza
chiede di essere guardato.
Ma io?
io riesco a fissarlo davvero?
o aspetto la fine?
Musica sacra
urla che restano
messa nera
rave
funerale senza bara
ascensione ambigua
si alza
ma non vola
si solleva
ma RESTA SPORCA
come Lazzaro
che torna
ma PUZZA
vive
ma non guarisce
corpo che porta CROSTE
la sua classe sociale
non redenzione
solo riconoscimento
…
E io?
Io cosa riconosco?
Bellezza disgustosa
grazia urlante
dolore senza spiegazioni
luogo per accadere
campo per sporcarsi
dimensione per restare.
Luglio
Roma
Teatro India
una figura femminile
che incarna mille uomini
noi prima
in cerchio
silenziosi
spazio industriale
ex fabbrica
mura di lavoro
ma poi
platea
luce
pubblico colto
borghesia
consumo del disagio.
Io ci sono dentro
è pornografia della povertà?
empatia sincera?
resistenza o estetizzazione?
Veyrunes ci fissa
non supplica pietà
agisce
ci assale
qualcosa si incrina
per un attimo
non assistiamo più
tremiamo
non è spettacolo sulla marginalità
è esperienza della marginalità
contagio.
Mi sento complice
mi sento spettatore
mi sento osservato
uno scambio che non passa dalla mente
ma dalla pelle
…
Questo teatro non cerca consenso
non si giustifica
non semplifica
ci dice:
GUARDATE ciò che non volete vedere
SENTITE ciò che avete anestetizzato
PAGATE il prezzo di aver voltato la faccia
mentre lo dice
trema
suda
crolla
Fili invisibili.
Tracce di sangue.
Eredità spezzate.
Augusto Boal.
Mary Wigman.
Pina Bausch.
Jérôme Bel.
Sono lì,
dietro le spalle di Veyrunes,
nella schiena piegata,
nel corpo che si piega come una falce.
Ma qui,
qualcosa si rompe.
Doherty non racconta più l’oppressione.
La i-n-c-a-r-n-a.
La e-s-p-l-o-d-e.
Non argomenta,
non convince.
Contagia.
Questo teatro non si capisce.
Si prende.
Nel sangue.
Nella gola.
Nelle notti insonni.
È il c.o.r.p.o-p.r.o.l.e.t.a.r.i.o.
che si autorappresenta.
Senza parole.
Solo TIC, SCATTI, GRAFFI.
Il teatro politico classico parlava di dialettica.
Questo parla a cellule,
a nervi,
a memorie.
Veyrunes non cerca lo spettatore.
Lo INFETTA.
Lo TRASCINA NEL FANGO,
in quel fango che ha sempre evitato.
Un organismo che lavora
anche quando sei uscito dal teatro.
Quando torni a casa.
Quando non sai spiegare cos’hai visto.
E io, critico,
che posso fare?
Non posso ridurre tutto a tesi.
Posso solo lasciarmi attraversare.
Sporcarmi le mani.
Respirare il dubbio.
Non è drag.
Non è spettacolo travestito.
Non è trucco o ironia.
Veyrunes non interpreta il maschio proletario.
Ci entra dentro.
Lo mastica.
Lo divora.
Non è maschile, non è femminile.
È organismo in rivolta.
Ricettacolo.
Conduttore.
SPECCHIO ROTTO.
La sua mascolinità è possesso.
Infezione.
Rito pagano.
Grido senza genere.
È donna.
Ma non importa.
È un corpo che fa spazio.
Si deforma.
Prende su di sé
ciò che il mondo rifiuta:
la mascolinità scartata,
fallita,
inutile.
Quella dei disoccupati,
dei magazzinieri,
degli hooligans.
Non la mascolinità tossica,
ma quella depressa.
<<<<<< E allora la domanda non è chi è lei.
Ma chi siamo noi, quando la guardiamo?
Chi ci fa più paura?
La donna che balla da uomo?
O l’uomo che non sa più esserlo? >>>>>
Non è teoria.
È VENTRE.
Un ORGANISMO CHE URLA:
cosa può fare il corpo
quando non ha più nulla da perdere?
Non è l’Europa di Bruxelles.
Non è quella dei trattati o delle istituzioni.
È il continente che puzza di FRITTO,
di SUDORE,
di FATICA.
Corpi bianchi.
Europei invisibili.
Nessuno li vede.
Nessuno li vuole.
La povertà europea nascosta.
Lavoratori poveri,
contratti a zero ore,
vite precarie.
Doherty li OSSERVA.
Li STUDIA.
Li DANZA.
Veyrunes li INCARNA.
Non sono rifugiati.
Non sono stranieri.
Siamo noi.
I nostri fratelli,
i nostri figli,
i nostri vicini.
Che si spezzano la schiena
per poche ore di lavoro.
E noi?
Al Teatro India,
con le gambe incrociate,
consumiamo il disagio.
Lei – Veyrunes –
ci costringe a sentire.
A guardare dentro.
E io mi chiedo:
questo teatro serve ancora a qualcosa?
Può cambiare la realtà?
O siamo solo spettatori
che consumano dolore
come una serie su Netflix?
Domande aperte.
Che bruciano.
Che restano.
IL CORPO.
L’ULTIMO LUOGO DI VERITÀ.
Sudore. Tremore.
Caduta.
Apertura.
QUI LE PAROLE SONO VUOTE.
Solo carne.
Fatica.
Vita.
UN-ORGANISMO-CHE-CROLLA
NON-PUÒ-MENTIRE.
Questo teatro non-persuade.
Non-ragiona.
Contagia.
È un virus.
Che entra nella pelle.
Che resta.
Quando torni a casa.
Quando dormi.
Quando non sai spiegare cosa hai visto.
È rito post-religioso.
Messa nera.
Esaustismo senza preghiera.
La fisicità si libera.
Ma non dalle catene.
Dalle illusioni.
La trascendenza non è fuga.
È restare.
Restare vivi.
Restare sporchi.
Restare umani.
OONA DOHERTY HA PASSATO IL TESTIMONE.
SATI VEYRUNES LO HA PRESO,
CON FURORE E GRAZIA.
E noi?
Noi portiamo le scosse.
Quelle vibrazioni che non si spengono.
Ma quali sono?
Quanto dureranno?
Hope Hunt and the Ascension into Lazarus
non cambia il mondo.
Ma cambia il modo in cui lo guardiamo.
Forse il suo potere non è nell’impatto immediato,
ma nella capacità di generare anticorpi
contro l’indifferenza.
Ogni spettatore che esce dal Teatro India
con l’immagine di quei corpi in mutazione
è un moltiplicatore di coscienza.
Il teatro è virus benefico.
Rito che si propaga.
Arma silenziosa.
E la critica?
Forse deve sporcarsi le mani.
Mettere in crisi sé stessa.
Rinunciare al canone.
Se Doherty e Veyrunes osano mettere in crisi il teatro,
noi dobbiamo osare mettere in crisi la critica.
Lasciare che il corpo parli.
Che il silenzio dica.
Che il dubbio resti.
Riconoscimenti:
MIGLIOR ARTISTA DUBLIN FRINGE FESTIVAL 2016
ARTISTA SELEZIONATO AEROWAVES 2016/17
TOTAL THEATRE AWARD EDINBURGH FRINGE 2017
THE PLACE DANCE AWARD EDINBURGH FRINGE 2017
(RE)CONNAISSANCE GRENOBLE 1° PREMIO DELLA GIURIA
CINQUE STELLE – Donald Hutera, The Times