ENRICO MELOZZI. LA MUSICA CLASSICA HA ANCORA UN CORPO?

Il 15 novembre The Classical Rave Party chiude alla Sala Santa Cecilia la 41ª edizione del Romaeuropa Festival. Dalla notte di un palazzo occupato alla grande architettura dell’Auditorium, dieci anni di Orchestra Notturna Clandestina raccontano il percorso di un compositore per il quale la partitura è un luogo da abitare insieme. Ventotto brani, cento violoncelli, un’orchestra e un pubblico chiamato a diventare parte della musica.

DI SERGIO MARIO ILLUMINATO

Roma, 30 aprile 2018. È pomeriggio. In un palazzo occupato di via di Santa Croce in Gerusalemme un’orchestra comincia a suonare. Fuori, la città continua la sua giornata. Dentro, la musica andrà avanti fino all’alba. Musicisti di età e provenienze diverse, una notte intera nella quale il suono degli strumenti si mescolerà al movimento delle persone, alla stanchezza, al tempo che passa. C’è anche Giovanni Sollima. La musica accompagnerà la cena, la notte fonda, le ore in cui la città rallenta. Il concerto, con la sua durata abituale e le sue regole, si è trasformato in qualcosa che può convivere con la vita delle persone, seguirne i ritmi, lasciarsi cambiare dalla loro presenza.

L’uomo che ha immaginato questa notte è Enrico Melozzi, compositore, violoncellista e direttore d’orchestra. Due anni prima ha fondato l’Orchestra Notturna Clandestina, riunendo musicisti di diverse nazionalità intorno a una convinzione che sembra semplice finché non si prova a metterla in pratica: la musica classica può esistere anche fuori dai luoghi e dalle convenzioni che abbiamo costruito per ascoltarla.

Il nome contiene già un piccolo paradosso. Notturna, perché cerca un tempo diverso da quello ordinario. Clandestina, perché nasce lontano dai circuiti consueti. Orchestra, perché tutto questo desiderio di libertà deve passare per una delle discipline collettive più rigorose inventate dall’uomo. Decine di persone che devono trovare lo stesso istante, ascoltarsi, aspettarsi, entrare insieme e, soprattutto, saper tacere. La libertà del suono nasce da una precisione quasi feroce. Il lavoro di Melozzi parte da qui, dalla possibilità di ottenere insieme qualcosa che da soli sarebbe impossibile.

Otto anni dopo, domenica 15 novembre 2026, The Classical Rave Party arriva nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, per chiudere la quarantunesima edizione del Romaeuropa Festival, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. L’Orchestra Notturna Clandestina celebra dieci anni dalla sua nascita. Il palazzo occupato e una delle grandi sale sinfoniche d’Europa sembrano appartenere a mondi lontanissimi. Ma in quella distanza si può riconoscere il percorso di un’esperienza artistica che ha cambiato spazi, dimensioni e pubblico, conservando la domanda dalla quale era nata.

Entriamo in una sala da concerto e il corpo cambia comportamento prima ancora che la musica cominci. Cerchiamo il posto, spegniamo il telefono, abbassiamo la voce, aspettiamo il direttore. Sappiamo che non si tossisce, non ci si agita, non si applaude tra un movimento e l’altro. Abbiamo già ricevuto le nostre istruzioni. Alcune sono necessarie: il silenzio permette di sentire ciò che altrimenti andrebbe perduto. Altre appartengono a convenzioni sociali che, con il tempo, abbiamo finito per scambiare per la musica stessa. E così può capitare che la concentrazione somigli alla soggezione, la meraviglia alla paura di non capire abbastanza.

Eppure quella musica che oggi ascoltiamo immobili ha accompagnato danze, feste, cerimonie, incontri. È passata per palazzi, chiese, teatri e piazze, cambiando pubblico insieme alla società. Mozart scriveva anche per il ballo e per l’intrattenimento, in un mondo nel quale l’esperienza estetica e la vita sociale potevano abitare la stessa stanza. Non serve trasformarlo in un musicista da rave per ricordarlo. Basta riconoscere che il modo in cui ascoltiamo una partitura non è scritto nella partitura.

È in questa distanza tra l’opera e i comportamenti che le abbiamo costruito intorno che si muove la ricerca di Melozzi. La complessità della musica resta intatta, così come il lavoro necessario a produrla. Cambiano le condizioni dell’ascolto, la relazione con lo spazio, il modo in cui il pubblico può sentirsi parte dell’esperienza. Che cosa succede quando una persona entra in contatto con una composizione senza dover prima dimostrare di conoscerne le regole? La risposta di Melozzi, prima ancora delle parole, è stata mettere insieme musicisti.

Nel 2012, al Teatro Valle Occupato di Roma, con Giovanni Sollima fonda i 100 Cellos. Cento violoncelli, cento persone, cento storie individuali che per un momento devono trovare un respiro comune. Il violoncello possiede qualcosa di straordinariamente vicino alla voce umana. Può scendere verso una profondità quasi fisica, farsi ruvido, delicato, improvvisamente percussivo. Quando cento strumenti di questa natura suonano insieme cambia la consistenza dello spazio. Si percepiscono il movimento delle braccia, la resistenza degli archi, il lavoro dei corpi. Il suono circola, si addensa, raggiunge chi ascolta da ogni parte. È una musica che si può quasi toccare.

Quattro anni dopo nasce l’Orchestra Notturna Clandestina. Poi arrivano le notti del 2018 e del 2019, le maratone musicali, Mozart suonato fuori dai suoi luoghi abituali, un pubblico che resta fino al mattino. Nel 2020 la pandemia interrompe quella stagione, mentre l’orchestra continua il proprio percorso. Arrivano altri festival, collaborazioni, palcoscenici. Melozzi si muove tra mondi che spesso continuano a considerarsi estranei: la musica sinfonica, la canzone d’autore, il teatro musicale, la televisione, le grandi manifestazioni popolari. A ciascuno porta una competenza costruita con la scrittura e l’esecuzione, sapendo che ogni contesto richiede un diverso rapporto con chi ascolta.

C’è qualcosa di poco accomodante in questa traiettoria. Un compositore può dedicare anni a perfezionare la propria lingua musicale, a cercare una voce riconoscibile, a difenderne la coerenza. Melozzi aggiunge continuamente un’altra difficoltà: esporre quella lingua all’incontro con altre persone, altri strumenti, altre tradizioni.

Il Romaeuropa Festival, che da quarantun edizioni porta a Roma linguaggi e pratiche artistiche internazionali, offre a questo percorso una collocazione particolarmente significativa. Il 15 novembre sarà una giornata musicale che comincerà alle 11.30, proprio nella Sala Santa Cecilia, con i 100 Cellos di Sollima e Melozzi. Nel pomeriggio, alla Sala Petrassi, Vanessa Wagner eseguirà gli Études per pianoforte di Philip Glass, seguita da Third Coast Percussion con Águas da Amazônia, ancora di Glass. Alle 19.15 la Banda dell’Esercito Italiano suonerà nella Cavea. Alle 20 comincerà The Classical Rave Party. Melozzi sarà presente all’inizio e alla fine della giornata, con due progetti che raccontano, ciascuno a proprio modo, la sua idea di musica collettiva.

Il programma della sera, pubblicato il primo novembre, comprende ventotto brani, da Vivaldi a Fasma, passando per Mozart, Beethoven, Gershwin, Ravel e le composizioni dello stesso Melozzi. Accanto all’Orchestra Notturna Clandestina saliranno sul palco Giovanni Sollima, Niccolò Fabi, Gloria Campaner, Giuseppe Andaloro, Alessandro Carbonare, Giovanni Antonini e numerosi altri interpreti. Ci saranno Anastasio, Fasma, Elsa Lila e le letture di Alessandro Baricco. Una costellazione di personalità che porta sullo stesso palco esperienze musicali molto distanti. La loro convivenza chiederà una forma capace di tenere insieme le differenze e, possibilmente, di far nascere qualcosa di inatteso dal loro incontro.

Melozzi arriva a questa serata anche con la penna. Cinque dei ventotto brani portano la sua firma, mentre diversi altri passano dalle sue orchestrazioni. Fra le sue composizioni figurano la Sinfonia Concertante in do minore, con l’organo di Paolo Oreni; la Sinfonia Notturna, che nel Largo affida al mandolino di Olena Kurkina una voce inattesa dentro l’orchestra; Re-Birds, per chitarra e orchestra, nato da un frammento di Rameau. E c’è l’Intermezzo Sinfonico 1946, annunciato in prima esecuzione assoluta nella versione originale per orchestra, dopo la precedente esecuzione alla Scala nella versione per banda.

Qui il compositore diventa impossibile da separare dal direttore. L’uomo che organizza una festa musicale di grandi proporzioni è anche quello che deve misurarsi, nel silenzio della scrittura, con la durata di una nota, il peso di un accordo, la scelta di uno strumento. Una musica che inizialmente esiste nella sua immaginazione viene affidata a persone che dovranno darle corpo. Una frase scritta per un mandolino cambia natura quando incontra la mano, il respiro, il tempo di chi la esegue. Il compositore ascolterà qualcosa che conosce intimamente e che tuttavia, nell’istante dell’esecuzione, comincerà ad appartenergli in modo diverso.

È uno degli aspetti più singolari di Melozzi: far convivere una voce compositiva personale con il desiderio di costruire un’esperienza che appartenga a molti. Il compositore, il direttore e l’uomo che riunisce musicisti si incontrano nello stesso punto, là dove una successione di segni sulla carta diventa un fatto fisico, una relazione tra persone presenti nello stesso momento. Quella sera, la relazione arriverà fino alla platea.

Il programma prevede che il pubblico canti il Va’, pensiero di Verdi e partecipi come coro dei diavoli nel finale del Don Giovanni di Mozart. Una sala abituata ad ascoltare grandi orchestre viene invitata a produrre essa stessa un suono. Le persone dovranno respirare, cercare un attacco comune, sostenere una frase, ascoltare chi hanno accanto. Qualcuno conoscerà le parole, altri le seguiranno con incertezza. Le voci potrebbero entrare in momenti diversi, una parte del pubblico forse esiterà. Anche queste imperfezioni faranno parte dell’esperienza. Per qualche minuto, ascoltare significherà esporsi, accettare che la propria voce si confonda con quella degli altri. La musica chiederà agli spettatori di partecipare alla sua esistenza, prima ancora di giudicarla.

Naturalmente questo non basta a garantire la riuscita di un concerto. Una sala che canta può produrre un’emozione autentica oppure una partecipazione prevedibile. Un’orchestra che incontra il pop può scoprire possibilità nuove oppure limitarsi a rivestire di archi una canzone. La contaminazione non è un valore in sé, e la parola rave non assicura libertà soltanto perché evoca la notte, il ballo e la trasgressione. Anche la festa può diventare una convenzione, un’esperienza preparata perché tutto accada esattamente come ci aspettiamo.

La sfida musicale di Melozzi è far sì che la complessità dell’orchestra e la libertà della partecipazione si rendano necessarie a vicenda. Il pubblico deve trovare una propria funzione musicale, gli ospiti devono incontrarsi davvero, la scrittura deve conservare la propria forza dentro una serata costruita per sorprendere. Ventotto brani, personalità differenti, un’orchestra, una banda e una sala intera chiamata a cantare chiedono al direttore qualcosa che va oltre il controllo dell’esecuzione: trovare un tempo comune nel quale ciascuno possa riconoscersi.

A dieci anni dalla nascita dell’orchestra, la parola clandestina acquista un significato meno immediato. Può indicare una disposizione a non considerare definitivo il posto che ciascuno occupa. Il compositore che esce dalla solitudine della scrittura. Il musicista classico che incontra un altro linguaggio. Lo spettatore che diventa parte di un coro. Anche un’istituzione può cambiare qualcosa di sé accogliendo un’esperienza nata lontano dai suoi rituali. La tradizione musicale è fatta di continuità e trasformazioni, di opere custodite e di persone che ne hanno modificato il modo di essere eseguite e ascoltate. E tutto questo si ritroverà nella stessa sala.

Torno allora con il pensiero alla notte del 2018. A Giovanni Sollima, alla musica che continua mentre la città dorme, alle persone che scelgono di trascorrere quelle ore insieme. Otto anni dopo, alla Sala Santa Cecilia, cambieranno le dimensioni dello spazio, la struttura dell’evento, le aspettative del pubblico. Ci saranno un palco, un programma annunciato, interpreti di grande esperienza, un’istituzione musicale e un festival internazionale.

Immagino la sala pochi istanti prima dell’inizio. Un violoncellista sistema lo strumento tra le ginocchia. Un violinista controlla l’archetto. Qualcuno cerca lo sguardo del vicino, qualcuno sposta una sedia, sistema una pagina sul leggio. Piccoli gesti che il pubblico quasi non vede. Tutto il lavoro di mesi, forse di anni, si raccoglie in quella preparazione silenziosa.

Viviamo immersi in suoni che scegliamo, interrompiamo, facciamo ripartire, portiamo in tasca. La musica ci accompagna mentre facciamo altro e spesso si adatta al tempo delle nostre giornate. Davanti a un’orchestra accade qualcosa di diverso. Non possiamo accelerare una frase perché siamo impazienti, né tornare indietro quando un passaggio ci è sfuggito. Il tempo della musica scorre davanti a noi e dobbiamo entrarci, accettando che non ci appartenga completamente.

È qui che la ricerca di Melozzi incontra qualcosa che riguarda anche il nostro modo di vivere. In un’epoca nella quale possiamo personalizzare quasi ogni esperienza, un’orchestra continua a chiederci di condividere un tempo che nessuno può possedere interamente. Ci obbliga ad ascoltare ciò che accade fuori di noi, a riconoscere che la nostra presenza cambia significato quando incontra quella degli altri.

Conosciamo i brani, gli interpreti, le architetture musicali immaginate da Melozzi. Rimane imprevedibile ciò che accadrà quando quelle persone si troveranno nello stesso spazio. Una voce potrebbe arrivare un attimo prima delle altre, un silenzio prolungarsi più del previsto. La musica dal vivo conserva qualcosa che nessun programma può anticipare e nessuna registrazione restituire interamente: la fragilità e la forza di un momento che esiste soltanto perché qualcuno è lì a viverlo.

A un certo punto, nel Don Giovanni, risuonerà la voce del Commendatore. Melozzi, che per tutta la sera avrà diretto le voci degli altri, prenderà il microfono per l’unica volta e metterà in gioco anche la propria. Davanti a lui, l’orchestra. Oltre l’orchestra, la sala chiamata a cantare. Per qualche minuto ciascuno dovrà trovare il proprio posto nel suono.

E forse è questa l’immagine che meglio racconta dieci anni di Orchestra Notturna Clandestina. Un uomo che ha scritto, diretto, riunito musicisti e frequentato linguaggi diversi arriva ancora una volta davanti a qualcosa che non può fare da solo.

Alza le mani.

E aspetta che gli altri respirino con lui.

The Classical Rave Party. Enrico Melozzi, Orchestra Notturna Clandestina & Guests. Domenica 15 novembre 2026, ore 20, Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, Roma. Evento conclusivo della 41ª edizione del Romaeuropa Festival, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Nella stessa giornata, alle ore 11.30, 100 Cellos con Giovanni Sollima ed Enrico Melozzi. Programma e informazioni: enricomelozzi.it e romaeuropa.net.

 
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