L’arte è un’urgenza. È urgenza di dire. La “parola” diviene impellente, stringente, inevitabile e realizza la specifica missione sociale, civile, politica, umana.
Ognuno di noi sceglie per cosa vivere e per cosa morire, per cosa dedicare tutta la sua esistenza e gli strumenti da utilizzare. L’artista ne possiede, tuttavia, di unici e particolari che alternativamente si fanno corpo, materia, luce, ombra, spirito, immagine, sostanza, linea. Si mescolano ai sistemi ambientali e agli agenti atmosferici, si legano alla pelle e si tramutano in essenze. Attraverso l’arte, l’artista urla, grida, sussurra, manifesta, accarezza, sventola, dichiara, lotta. Attraverso l’arte, l’artista accende un faro su quelle tematiche, situazioni, condizioni e attualità che appaiono più determinanti e sulle quali lavora per tutta la sua vita.
Marco Angelini da anni ormai si dedica alle tematiche di sostenibilità ambientale e la sua ricerca ne affronta vari e differenti aspetti ai quali sono legati anche disparati materiali che compongono il corpus delle sue opere e dei suoi progetti. La mostra ‘La luce come metafora di transizione energetica’, a cura di Jan Kozaczuk, organizzata dall’Ambasciata italiana a Baku in collaborazione con la YAY Gallery, indaga l’energia sotto la forma specifica della luce.
L’elemento ricorrente, infatti, nei quadri e nelle installazioni di Marco Angelini è la cella fotovoltaica che l’artista estrapola dalla sua normale funzione e tramuta in icona, in monito, inserendola tra trame e motivi, tra foglie d’oro e d’argento e lastre di rame, ancora capace di assorbire quella luce e quell’energia per cui è stata creata. Allo stesso tempo ogni cella diventa meccanismo di rimembranza, aprendo alle problematiche di riuso e riciclo che sempre di più stanno divenendo delle costanti irrinunciabili nella gestione economica e sociale della società contemporanea (e non a caso il progetto di Marco Angelini è stato selezionato in concomitanza con la 29esima Conferenza delle Parti sul Clima COP29, una piattaforma critica per esplorare e sviluppare strategie collaborative per la salvaguardia ambientale globale).
Mediante un complesso sistema esperienziale di colori e materie, che si trasformano anche in allestimenti ambientali, l’artista spinge l’osservatore ad una ricerca interiore, di tipo meditativo e simbolico, a rintracciare nei singoli lavori gli elementi che dialogano con le diversi parti del nostro cervello e che conducono verso una attività più cognitiva o più emozionale. Si può, dunque, fruire in due modalità questa esposizione: l’una fa capo alla ricerca scientifica e alle recenti teorie sul tempo e sullo spazio, approfondite dalla fisica quantistica e alle quali l’artista si ispira; l’altra rimanda ad un universo inconscio e intimo, legato al fluire della vita e delle stagioni, e che ha il sapore dei delicati equilibri all’interno degli ecosistemi urbani, naturali, umani, collettivi.
La luce, nelle opere di Marco Angelini, è così strumento di scoperta e affermazione e l’artista, consapevole del percorso compiuto, la consegna con gesto semplice, naturale, spontaneo, con quella misura che determina da sempre la sua “urgenza di dire”.