Entro nella Galleria Borghese e il marmo mi avvolge come un respiro antico. È un respiro che parla di eternità, di perfezione e di controllo. Ma subito davanti alla facciata, le cariatidi bronzee di Wangechi Mutu interrompono questa calma apparente. Non sono semplici figure decorative: sono corpi che oscillano tra passato e futuro, tra memoria africana e cosmologie immaginate, tra forza e fragilità. Sorreggono il peso di un edificio che non gli appartiene, ma lo fanno con una volontà silenziosa che sembra dire: “Non siete voi a controllarci”.
Mi muovo tra le sale e noto i visitatori. Alcuni si soffermano, rapiti, altri scattano foto frettolose, distratti dai grandi nomi della tradizione italiana. C’è chi è qui solo per esserci, per dirsi “io sono stato alla Borghese”, senza accorgersi subito di ciò che muta tra gli spazi. Ma le teste sospese piangono, e le lacrime di bronzo e tessuti intrecciati sfidano anche gli sguardi più superficiali: ogni lacrima è resistenza, memoria e forza che non si piega all’indifferenza. Noi, membri delle Nazioni Unite, siamo determinati a salvare le generazioni future dalla piaga della guerra.
Penso alle loro origini, alle pratiche rituali dei popoli centroafricani che conservavano i crani come memoria degli antenati, e alla tradizione barocca che canonizza la bellezza. Qui la fragilità non è decorativa, non è eroica: è viva, oscilla e respira. L’errore diventa materia, e il mondo sembra più reale, più vulnerabile, più possibile, anche per chi all’inizio non la vuole vedere. Rifiutiamo di credere che l’umanità sia così tragicamente legata alla notte senza stelle del razzismo e della guerra.
Passo oltre e incontro pneumatici intrecciati, sospesi nel vuoto. Giochi d’infanzia diventano strutture complesse, simboli di creatività e sopravvivenza. La povertà si trasforma in metafora di libertà, e anche i visitatori più distratti avvertono una piccola scossa: qualcosa nel gesto di Mutu li sfida, li spinge a guardare oltre il consueto. Finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà finalmente screditata e abbandonata, la pace resterà solo un sogno.
Nei Giardini Segreti mi fermo davanti alla Water Woman. Sirena africana, metà donna, metà abisso, legata alle leggende swahili delle Nguva e a Mami Wata. Non consola, non promette, non rassicura. È pura presenza, e persino chi si limita a passare sente, inconsciamente, il tempo sospeso. L’artista condivide qualcosa di intimo: la percezione di sé come creatura in continuo mutamento, sospesa tra mondi e possibilità, fragile e potente al contempo. Fino a quando gli africani non si alzeranno e parleranno come esseri liberi, uguali agli occhi di tutti gli uomini, come sono uguali davanti a Dio, il Continente africano non conoscerà pace.

Le parole arrivano quasi come un respiro: Noi, membri delle Nazioni Unite, promettiamo tutta la nostra forza alla causa della libertà e della giustizia per tutti i popoli. Memoria storica, resistenza politica e poesia si intrecciano con corpi e materiali. Mutu sembra confidare: la bellezza non è mai separata dalla sofferenza, e persino tra i visitatori distratti, qualcosa si muove.
Cammino e sento contraddizioni, ripetizioni, ma anche possibilità. I marmi osservano, implacabili, contaminati dall’imprevisto: dal pianto delle teste, dalla resistenza dei materiali, dalla presenza di chi osserva senza sapere di osservare. Nessuno vince del tutto: Mutu non annienta il canone, e il canone non assorbe Mutu. Eppure qualcosa accade: la collezione Borghese non è più innocente, e Mutu non è più solo visitatrice di uno spazio sacro, ma co-creatrice di un mondo che resiste e si trasforma, anche agli occhi dei più distratti. Supereremo questa filosofia malvagia.
Penso alle parole che potrebbero essere sue, intime, come sussurrate tra una sospensione e l’altra: Alcuni scelgono di vedere la bruttezza, io scelgo di vedere la bellezza. Ogni incontro, anche il più superficiale, contiene la possibilità di un cambiamento inatteso.In questa mostra, la poetica di Mutu diventa filosofia: metamorfosi inevitabile, vulnerabilità dono, errore strumento di evoluzione. Finché la pace, la giustizia e l’uguaglianza non prevarranno in tutto il mondo.

E mentre esco, sento ancora il peso dei corpi sospesi, il bagliore dei bronzi, l’acqua immobile dei Giardini Segreti. La Galleria Borghese mantiene la sua maestosità, ma io sono diverso. Ho visto l’incontro tra mondi impossibili, tra passato e futuro, tra sacro e ibrido, tra marmo e bronzo che piange. Non esiste vincitore assoluto, ma la vittoria più sottile è dentro di noi: la capacità di sentire, di riconoscere la bellezza nei frammenti, di camminare tra errori e metamorfosi con occhi aperti, anche quando il resto sembra distratto.
Mutu è qui: artista, opera e visitatore si intrecciano in un flusso continuo di possibilità, un diario silenzioso scritto con materiali vivi, dove memoria, politica, poesia, intimità e persino distrazione coesistono in un unico respiro sospeso. Grains of Words, il discorso di Hailé Selassié del 1963 alle Nazioni Unite trasformato in canto da Bob Marley nell’album Rastaman Vibration del 1976, resta il filo che unisce tutto, memoria trasformata in canto.
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Titolo della mostra
Poemi della terra nera
Black Soil Poems
Periodo
Dal 10 giugno al 14 settembre 2025
Sede
Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese, 5 – 00197 Roma, Italia
Artista
Wangechi Mutu
Nata a Nairobi nel 1972, è una delle voci più significative dell’arte contemporanea globale. Vive e lavora tra Nairobi e Brooklyn. La sua ricerca spazia tra scultura, collage, video e installazione, affrontando temi come identità, colonialismo, femminismo e spiritualità.
Curatrice
Cloé Perrone
Descrizione della mostra
Per la prima volta, la Galleria Borghese ospita una mostra personale di un’artista contemporanea: Poemi della terra nera di Wangechi Mutu. L’esposizione si sviluppa come un intervento site-specific che attraversa l’intero museo: dalle sale interne alla facciata, dai giardini segreti agli spazi esterni.
Mutu dialoga con la collezione permanente, introducendo sculture sospese, installazioni immersive e opere che mescolano materiali organici e simbolici. Le sue creazioni evocano mitologie contemporanee, esplorando temi di memoria, identità e trasformazione.
Opere principali
The Seated I e The Seated IV (2019): due grandi cariatidi in bronzo che accolgono i visitatori all’ingresso del museo, sfidando la tradizione classica con una presenza potente e femminile.
Water Woman: una figura scultorea che emerge dai Giardini Segreti, simbolo di connessione tra natura e spiritualità.
Ndege, Suspended Playtime e First Weeping Head: opere sospese che fluttuano tra le sale, creando un dialogo tra passato e presente.
Shavasana I (2019): una figura bronzea coperta da un tappeto di paglia, esposta all’American Academy in Rome, che riflette sulla morte e sulla meditazione.
Temi e linguaggio
La mostra esplora la relazione tra l’arte contemporanea e la tradizione, utilizzando materiali come bronzo, tessuti, capelli e terre. Le opere di Mutu interrogano la storia, la memoria e l’identità, proponendo una visione poetica e critica del mondo.